I came in like a wrecking ball…

Si chiama Ornela.
Si con una l.
Me l’ha detto un giorno ed io come mio solito l’ho subito dimenticato.
Poi me l’ha detto di nuovo, una sera. La sera più divertente del mio primo anno universitario.
31 Ottobre. Halloween.
Dovevamo uscire, far festa. Ci siam creati tra noi, quelli seduti vicini durante l’area progetto di “Informatica per la Moda”, un gruppetto ed abbiam deciso di uscire.
La conoscevo poco ma ci siam trovati subito bene. Parlavamo, ballavamo, ridevamo. Mi son immediatamente innamorato del suo sorriso. Si capiva che ci stavamo simpatici, l’ho perfino accompagnata fino a casa con l’amico che mi ospitava quella notte per esser sicuri che non le accadesse niente.
E proprio da quel momento, il suo nome ho iniziato a ricordalo.

Da lì poi è stato un crescendo.
L’ho conosciuta sempre di più, sempre meglio.
E solo ora, alle 4:45 di Martedì 29/07/2014, sono arrivato ad una conclusione, anche se di conclusione non si tratta:

Ho capito che, Ornela, è una delle persone migliori che mi siano mai capitate nella vita. Un angelo mascherato da persona; come dice mia nonna.

Avete presente quelle persone che tu guardi e brillano di luce propria per qualche strano motivo? Che quando sorridono fanno diventare tutto migliore? Che senti di dover proteggere dal male del mondo? Una persona così speciale che te ne accorgi solo dopo un po’ di tempo che è davvero speciale, perché non è così solo fuori, ma anche dentro?

Ecco, quella è Ornela.

Il rapporto è andato costruendosi pian piano. Tra una pausa caffè e un pranzo al ristorante davanti alla facoltà, tra uno studio di gruppo e una corsa da un’aula all’altra.
Ma non così piano come si può pensare. Alla fine io l’ho conosciuta solo 9 mesi fa (allora la mia conclusione la possiamo considerare una specie di gravidanza con parto…?).

Avevamo qualcosa dentro. Qualcosa che ci gridava di conoscerci meglio. O almeno dentro di me questo sentivo. Sentivo di dover far entrare quella piccola donna nella mia vita.
Ed infatti ogni volta che parlavamo trovavamo qualcosa in comune:
la passione per la moda, il mese di nascita, il sogno di poter lavorare come giornalisti di moda in futuro, la musica di Miley Cyrus, la stessa scelta degli esami opzionali, i ragazzi (fatemela passare una cavolata ogni tanto) e tante altre cose che non dirò perché alla fine il bello del nostro rapporto è anche questo, sappiamo piccole cose di noi che sanno in pochissimi altri.

Ogni volta che parlavo con lei mi sentivo meglio. Ero contento. Sentivo di aver fatto la cosa giusta e notavo che lei era la persona giusta.

Di lei però, fin dal primo giorno, ho notato un’altra cosa. La sua purezza.
La purezza dei suoi movimenti, del suo pensiero, delle sue emozioni.
E strano ma capisci subito a cosa sta pensando; che cosa vuole fare, se hai esagerato, se è di buon umore oppure no.
Capisci pure quando è sul serio felice di vederti.
Ed è questa una delle cose più belle di lei.
Vederla in stazione, di prima mattina, con quel suo super sorriso ad aspettarmi a braccia aperte e capire che è seriamente felice di vederti…
Una delle sensazioni più belle del mondo.
A chi non piace ricevere una piccola dose di felicità e amore a prima mattina?! Eh.

Ma non solo, oltre ad essere pura, ha anche un’altra gran capacità. Quella di star davanti a te per lasciarti parlare e sfogare. Tu le puoi dire quello che vuoi, lei ti ascolterà. E poi ti dirà la sua, se capisce che stai cercando un consiglio oppure sta zitta e se è il caso ti conforta oppure sfoggia uno dei suoi meravigliosi sorrisi.
Quante ne ha dovute ascoltare…e quanti consigli mi ha dato.
Ha dovuto pure subirsi un me in piena crisi esistenziale di prima mattina. E sinceramente se è riuscita a sopportare quella parte di me senza mandarmi a quel paese, allora significa che è davvero così speciale come dico.

L’ho vista in tutte le salse. Felice per un bel voto, in ansia pre-esame, in crisi da “quella materia di me**a non la darò mai perché la odio!”, triste quando parlava del suo miglior amico lontano da lei (abita a Londra ora), sconsolata per via della lontananza di casa, annoiata dalla lezione, esaltata dai programmi trash (che tanto amiamo) e super esaltata per via del concerto di Miley.
Ed è proprio facendo un re-cape mentale di tutto ciò che ho capito un’altra cosa.
Mi manca. Lei ora è tornata a casa sua e mi manca da morire. Mi manca la sua voce e il suo sorriso. Mi mancano i suoi grazie dopo averla aiutata. I suoi abbracci. I nostri momenti stupidi. Le nostre chiacchierate. Mangiare il gelato insieme.

Avete presente quando senti una parte di te che stranamente non c’è? Quando pensi ad una persona e ti viene quel sorriso allegro e sincero ma allo stesso tempo triste? Quando ti batte il cuore pensando a quella persona e ti viene da battere i piedi per terra? Quando conti i giorni che ti dividono dalla prossima volta in cui vedrai, quella persona?

Ecco io sono ufficialmente in quella fase.
E proprio per questo mi son messo a rileggere un paio di nostri messaggi su Whatsapp.
Leggendo leggendo, mi son imbattuto in ciò che mi ha inviato per il mio compleanno.
Ha scritto: “Sei uno dei regali più belli che questa università mi ha fatto, apparentemente siamo così diversi ma con gli stessi sogni in tasca…ci conoscevamo da poco e una sera su FB ti ho detto “felice di nome e di fatto perché rendi felici le persone…” con me più che con chiunque altro questo è vero, mi hai sopportato e abbiamo riso tanto assieme. Ti auguro il meglio amore, che la tua vita sia sempre in discesa libera verso la felicità e se a volte trovi qualche salita ti auguro di trovare la forza di superarle…buon compleanno amore, scusa del papiro ma te lo meriti tutto ❤ ti voglio bene”.
E rileggendo questo messaggio mi sono messo a piangere. (sono un maschio e piango. E non ho nessun problema a dirlo al mondo intero.)
Mi manca e proprio in questo momento di sentimentalismo, dopo aver sprecato qualche bel fazzolettino a fin di bene, son andato sul sito di Trenitalia ed ho comprato due biglietti.
Andrò a trovarla. Non riuscirò ad aspettare fino alla fine di Settembre per rivederla.

Prima di iniziare l’università speravo di trovare una persona come lei. Simile a me ma non troppo. Con i miei stessi sogni. Che mi capisse. Qualcuno con cui avere una competizione positiva quando finirà l’università. Qualcuno che mi accompagnasse per questo mio percorso e che mi restasse accanto anche in quello dopo. Qualcuno da proteggere, qualcuno da far sorridere e rendere felice, qualcuno che potesse vedere le mie lacrime, qualcuno che mi doni amore puro al mattino, qualcuno che prenda a calci in faccia per liberarsi di me e dai miei abbracci, qualcuno che mi volesse bene, qualcuno che mi facesse sentire accettato come hanno fatto pochissime altre persone nella vita, qualcuno di così puro che ti fa sentire un “piccolo diavolo”, qualcuno di così speciale che non ti fa essere invidioso di lei ma ti fa fare di tutto pur di essere speciale almeno la metà di lei.

Bene, visto che non so come finire questo post, ho deciso che metterò una nostra foto.
Una foto che conservo nel cuore. Una foto che terrò per sempre con me ovunque andrò. Per ricordarmi di quel momento. Di lei. Del bene che provo per lei e che lei prova per me.

Morale del papiello (sempre come dice mia nonna): tutto questo l’ho raccontato, per un motivo. Quale? Perché NOI TUTTI, si anche tu che leggi questo post, dobbiamo aguzzare la vista.
Gli angeli vestiti da persone si nascondono ovunque. Sta a noi farli entrare, in un modo o nell’altro nelle nostre vite, per farcele sconvolgere. Possono essere: quella ragazza sempre in disparte che fa parte della classe, quell’hostess sorridente sull’aereo che ti sta portando verso una nuova vita, quella commessa gentile del supermercato sotto casa, la barista simpatica del tuo bar preferito, il ragazzo carino che ti dà ripetizioni, il tuo amorevole vicino di casa…chiunque.
Di conseguenza in qualunque momento, qualunque cosa tu stai facendo: aguzza la vista.

A star.

Ieri notte non sapevo cosa fare, di sonno non ne avevo causa una litigata con un paio di persone della mia famiglia (non trovano concepibile il mio corso di laurea e il mio scopo nella vita; non capiscono il mio voler diventare giornalista).
Guardo il pc, lo accendo e girando nella rete internettiana capito su Omegle.
Ho pensato: “Beh non avendo niente da fare…posso passare un po’ di tempo a chattare con qualche sconosciuto. Peggio di così non può di sicuro andare!”
Nel frattempo ho iniziato ad ascoltare questa canzone: 

Mi collego ed il primo sconosciuto che trovo è un ragazzo.
17 anni, di Alghero.
Inizialmente mi scrive in inglese, poi capisce che sono italiano e perciò iniziamo a parlare del più e del meno. Università-liceo, come abbiam passato la giornata, come stiamo…cose di routine.
Entriamo subito in sintonia.
Io avvio un argomento e lui subito risponde. Lui ne introduce un altro ed io rispondo.
Nel giro di quasi un’ora abbiam parlato di cosa voglio fare nella vita e di cosa vuole fare lui nella sua, della mia facoltà, delle sue battaglie contro l’omofobia (lui è etero), di come vuole trasferirsi a Bologna per la sua passione: i tatuaggi.
Poi possiamo alla politica. Anche lì, dove ti aspetti che un ragazzo di 17 anni possa cadere in fallo, ne sa molto più dei suoi coetanei.
Mi coinvolge nelle sue idee, mi piace come ne parla, mi fa capire le sue intenzioni e come vuole risolvere alcune questioni.
Mi rendo conto che sono venuto a scontrarmi con un ragazzo diverso da moltissimi della sua età, che si sente così diverso (anche se in modo buono), che poi tutti scambiano lui e le sue idee per qualcosa di malvagio e da combattere. Una specie di alieno.
Un ragazzo che in qualche modo mi ricorda qualcosa, me, forse.
Stesse battaglie, stesso modo di vivere e anche di scrivere più o meno, lui come secondo sogno ha quello che per me è il primo (diventare giornalista), stessa passione per i tatuaggi (anche se io non voglio farne un lavoro).
Pensare, conosciamo anche lo stesso studio tattoo di Bologna. (Ed io ne conosco solo uno, questo è un piccolo segno)
Continuiamo a parlare, sempre di politica mischiandola a noi e ciò che siamo.
Continua a farmi entrare nelle sue idee, nel suo mondo. Senza paura. Capisce che di me si può fidare. Dice che mi invidia per come, senza rimorso e con coraggio, ho detto a tutti della mia omosessualità e di come la vivo senza problemi (dopo aver raccontato un paio di cose su questo).
Passiamo a parlare del neo fascismo, della Russia e dei suoi ultimi disagi, della Palestina.
Più parla e più io rimango estasiato da come scrive e da come pensa.
Forse, se non riesce a diventare tatuatore, giornalista lo diventa di sicuro.
Lui mi ringrazia perché lo ascolto.
Poi arriviamo ad un punto, parlando del più e del meno, dopo tanti argomenti, mi dice che è un punk. Qui capisco che allora non è un caso.
17 anni. Chiuso in una città che non ama particolarmente. Che si batte per l’omofobia, che ha un sogno e vuole cambiare città per quello, che vuole la libertà, che vuole crescere per catapultarsi subito nel mondo degli adulti, con una passione nel parlare delle sue idee fidandosi degli sconosciuti, che ama la musica, che ama l’alcool senza però mettere in pericolo la sua vita o quella degli altri, che adora dirti la sua senza problemi su tutto quello che gli capita a tiro, con una passione per il punk, per la storia e la politica.
Beh allora in quel momento ho capito che quel ragazzo somigliava particolarmente all’adolescente che sono stato. Forse è questo il segreto della nostra sintonia quasi perfetta.
Finiamo di parlare. Lui deve andare a dormire e forse anche io. Son quasi le 4 di mattina.
Avevamo iniziato a parlare qualche ora prima.
Prima di congedarmi gli lascio la mia email. Così, per non perdere i contatti.
Lui mi dice che son intelligente e io gli dico che è un ragazzo speciale e che parlerò di lui quando gli adulti diranno che tutti i 17enni son stupidi. Lui mi ringrazia e mi dice che gli è piaciuto parlare con me, io faccio lo stesso. Mi dice che mi scriverà prossimamente. Ci ringraziamo per varie cose. Poi lui mi dice che quando vedrò un 17enne battersi in qualche manifestazione contro l’omofobia allora devo pensare a lui. (E lo farò.) Ed io gli ho risposto che se vede, sempre lì, un 21enne che non dimostra minimamente l’età che ha allora deve pensare a me. Ci congediamo con un buonanotte e chiudiamo il computer.

Vado a letto. Inizio a pensarci. A me e lui.
Mi rendo conto che mi son scontrato nuovamente con una persona che, anche se piccola visto la sua età, ha già molto da raccontare e da dire. Una di quelle persone che danno un senso al mio sogno.
In quelle ore è riuscita perfettamente ad incarnare ciò che stavo cercando. Qualcuno che mi facesse capire che ho ragione a fregarmene di tutti e continuare per la mia strada.
Quando mi chiedono lo scopo che ho nella mia vita io rispondo: “raccontare la vita degli altri. Raccontare le persone, le loro idee, le loro storie, le loro pazzie e i loro pensieri. Anche le loro emozioni. Tutto ciò che ruota intorno a ciò che sono e fanno. Il loro lavoro. Non voglio raccontare quello che tutti conoscono, ma ciò che sta dietro a quella suddetta persona, scavare nel suo passato e nel suo essere. Raccontare ciò che solo io, in quel preciso momento, posso raccontare.”
E questo ragazzo mi ha permesso di fare tutto ciò senza nemmeno chiederglielo. Così, di punto in bianco, si è fidato del primo sconosciuto che è passato per quella chat. E a quello sconosciuto ha dato un esempio in più da portare quando gli chiederanno “perché stai facendo tutto questo? I giornalisti non fanno questo. Tu vivi in un mondo a parte!!”. A quello sconosciuto hai dato un motivo in più per rendere quel sogno…il suo sogno.

In tutto questo però io e questo ragazzo non ci siamo nemmeno chiesti “come ti chiami?”, ma visto che non voglio nominarlo “sconosciuto”, lo chiamerò “Ren”.
Grazie Ren. Grazie di cuore.

P.S. ricorda che mi devi un’intervista. E anche un tatuaggio.

You made my day.

Un grazie, un sorriso…e la giornata inizia a prendere una nuova piega.
E proprio strano come un piccolo gesto, dato da una manciata di muscoli facciali, possa cambiarti l’umore.
Alcuni non ci credono alla potenza di un sorriso, ma posso affermare ciecamente che la forza di un sorriso, dato nel momento giusto o dalla persona giusta, è pari a quella di un terremoto.

Ecco, un sorriso è una specie particolare di terremoto.

Ti scuote dentro, nel profondo e riesce, perfino cambiarti la giornata, nel suo piccolo.
Alla fine non costa niente fare un sorriso o dire un semplice grazie alle persone. Son cose che dovremmo sentire, fare e/o vedere tutti i giorni, o almeno questo è ciò che ci viene insegnato fin da piccoli. Esser educati con tutti per ricevere lo stesso tipo di trattamento.
Si.
Però poi si cresce e bastano un paio di anni per capire che il mondo gira in un altro modo.
La vita è troppo frenetica per fermarsi un attimo a dire “grazie”.
La vita ci stressa troppo per riuscire a donare un sorriso, un sorriso sincero, a qualcun altro.
Eppure non è niente di così dannatamente difficile.

Oggi ero nuovamente al Mc Café.
Lo stesso del 18 Agosto, data del primo post di questo blog (ormai è diventato il mio posto preferito dove far colazione, anche se devo fare 15 minuti di bus per arrivarci).
Mi ero svegliato triste. Non so bene il perché. Forse ho dormito male per via del caldo, forse devo cambiare materasso visto che questo che ho ora ha la stessa età di mio fratello o forse ho fatto qualche incubo questa notte; non ne ho idea ma mi son svegliato stranamente triste.
Avrei inoltre avuto una giornata piena di impegni. Già mi immaginavo di dover subire una ore pesanti piene di persone con la stessa voglia di vivere di Mercoledì Addams, che corrono a destra e manca senza manco guardarti in faccia, che rispondono male (quelle volte in cui lo fanno) e che non riescono a dire “grazie” o fare un sorriso nemmeno se pagate.

Arrivo alla cassa del Mc Café, e guardo la commessa. Era da sola dietro il bancone e doveva svolgere tutti gli incarichi. Ovviamente la fila era un po’ lunga, ma di tempo ne avevo.
Io.
Gli altri 15 in fila proprio no.
Hanno iniziato ad inveire contro di lei, urlare, agitarsi e farle mille domande. Si vedeva, lei faceva quel che poteva. Alla fine è una comune mortale dotata di 2 sole braccia, ma la gente in fila pensava fosse come la dea induista e che avesse almeno 4 arti.

Serviti tutti arriva il mio turno, le chiedo ciò che volevo. (Indovinate un po’…sì un cappuccino e una brioche al cioccolato. Sono molto prevedibile.)
Mentre mi preparava il cappuccio ha iniziato a scusarsi. Le ho chiesto il perché, pensavo avesse sbagliato la brioche da darmi o qualcos’altro.
Ed invece no, si stava scusando sorridendo nel modo più sincero possibile (l’ha fatto almeno una dozzina di volte in 3 minuti) perché avevo aspettato qualche minuto in fila.
Dopo averle ribadito più volte di non scusarsi (non trovavo concepibile che si scusasse con me solo per aver aspettato) e aver parlato del più e del meno così da occuparla a non sentire le malelingue di quelli dietro di me, lei mi ha guardato servendomi ciò che avevo chiesto ed io, come di solito faccio, le ho sorriso e ho risposto ringraziandola.
La ragazza ha fatto cadere le monetine che mi doveva dare come resto.
E’ rimasta sconcerta come se quel grazie che le avevo appena rivolto fosse un: “Hai appena vinto un milione di euro!”.
(Se ci ripenso ancora non ci credo, è una scena troppo “da film” per esser accaduta nella vita reale.)

Dopo aver gustato la mia colazione, son tornato al bancone per riportarle piattino, tazza e per comprare un’altra brioche (da portare a mio fratello, visto che una delle tante tappe della giornata era anche passare da lui).
Pagato, ringraziato, sorriso sincero e le ho anche augurato una buona giornata mentre aspettavo lo scontrino.
Lei mi ha sorriso ancora dicendomi “Sei proprio un bravo ragazzo” mentre era ancora indaffarata a servire la gente (probabilmente mi avrà scambiato per un minorenne; come al solito non dimostro i miei 21 anni). Ed io ho risposto con un “E tu invece hai proprio un bel sorriso!”.

Uscito dal café, mi son apprestato ad andare alla stazione dei bus.
Arrivato vedo che ero in anticipo perciò mi siedo ed inizio a cercare l’abbonamento. Lo prendo e nel farlo uscire dalla tasca faccio cadere lo scontrino.
Vado per riprenderlo e noto che dietro è pastrocchiato. Lo giro e leggo:

Adesso vi starete chiedendo, tutta sta manfrina per farci vedere solo questa foto?
Ebbene sì.
Forse potevo evitarla, la manfrina dico, ma non sono il tipo che non dà spiegazioni alle cose. Son fatto così, forse troppo logorroico.
Ho voluto raccontare tutta la storia per far capire che io, questa mattina, non ho fatto nulla di speciale. Ho semplicemente sorriso, ringraziato e augurato una buona giornata ad una ragazza che lavorava in modo impeccabile.
E seppur io non abbia fatto niente di così eclatante, son riuscito a cambiare la giornata di una persona. E lei, con un altro semplice gesto, è riuscita a cambiare la mia.
Infatti ho conservato questo scontrino che tengo ancora nel portafoglio, mandato via quella tristezza ed ho cercato di mandare al mondo quanti più sorrisi possibili.

Esser persone gentile, una volta ogni tanto ha anche i suoi lati positivi. Meravigliosamente positivi.
L’unica cosa che non capisco è: se son riuscito a farlo io, perché non possono farlo tutti gli altri? Perché non lo fanno già tutti?
Perché non sconvolgere la vita delle persone con un semplice sorriso?

So già che non avrò una risposta perciò meglio non pensarci più. Di soldi per pagarmi l’analista non ne ho. L’università è già costosa di suo.

P.S. Forse dovrei fare una petizione per chiedere almeno un’altra commessa al bar del Mc Café…
P.P.S. Non è vero. La seconda brioche l’ho comprata per me. #poraccio

Un punto.

Son qui, seduto in un Mc Donald a guardare il mio portatile.
Accanto a me c’è la colazione. Una brioche al cioccolato e un cappuccino con tanto di decorazione al cacao sulla schiuma, al cui interno son state riversate con non poca cura 3 bustine di zucchero bianco.

Sto guardando il computer da ben 20 minuti. Era acceso, prima, poi è entrato in stand-by.
La mia immagine si specchia nello schermo di quello che considero un “compagno di avventure”.
Nel riflesso mi passa davanti tutta la vista (come succede poco prima di morire…o almeno questo dicono i film) ed infine mi si palesa davanti quello che, dopo tante peripezie, son diventato.
Mi squadro.
Come un fulmine a ciel sereno nel cervello sento una specie di allarme. La mia scatola cranica mi sta dicendo qualcosa, così senza preavviso e senza un perché. Mi sta dicendo che ho un’esigenza: aprire un blog.

Questo blog.

Ma perché aprire un blog? Mi dico.
Chi vuoi che ti legga? Non hai nemmeno un argomento principale su cui vuoi basare questo blog, come per esempio la moda, il cinema, la letteratura oppure la musica; perciò a chi potrà mai interessare? Perché proprio ora, in un Mc Donald? E ultima domanda, che rivolgo nuovamente a me stesso dopo una piccola pausa, perché vuoi aprire proprio un blog?
Inoltre non sei mai stato costante. Hai scritto moltissimi racconti, alcuni pubblicati su siti internet perché compiuti e altri morti e sepolti nella memoria di un computer perché incompiuti. Hai anche iniziato a scrivere due romanzi. Son anni che li scrivi. Mai finiti. Come pensi di poter portare avanti un impegno simile?
Continuo a dirmi.

Non ho una vera e propria risposta a tutte queste domande e sinceramente preferisco non averla.
So solo che voglio aprire questo blog per me. E per gli altri.
Per avere un punto fermo nella mia vita.
Per lanciare messaggi, che essi arrivino ad una persona sola o a 60 o addirittura 1000 non importa.
Per avere un posto dove scrivere la mia storia: quella che è stata, quella che è ora e quella che sarà.
Per raccontare ciò che mi circonda e che circonda gli altri. Quello che vivo. Quello che mi rende VIVO.
Per parlare di ciò e chi mi ispira.
Per poter dare spazio ai miei pensieri e alle mie emozioni.
E forse, sembra stupido lo so, qualcuno dalle mie parole potrà ricavarci qualcosa; qualcosa di buono. Io lo spero.

E come disse anni fa, una delle persone che ultimamente mi sta ispirando di più:
Quindi ora si comincia. Non ho idea cosa. Ma ogni inizio è un salto nel buio.
E se imparassimo a fidarci del buio, a non voler imporre la nostra idea di destino ma lasciassimo solo che le cose accadano sarebbe tutto più facile.
Io ci provo.
E mi fido.”

E questa volta pure io ci provo e mi fido.
Faccio questo salto nel vuoto.
E saltando prendo la “lunga” linea temporale della mia vita e ci disegno una piccola forma geometrica.
Un punto.