Because I’m Happy.

15 Agosto.
(Si, lo so, oggi è il 18, ma in questi giorni non ho avuto la connessione internet di conseguenza non ho potuto aggiornare il blog in tempo.)
L’assunzione di Maria, per alcuni; Ferragosto, una delle feste migliori da passare in Riviera Romagnola (dove abito), per tutti gli altri.

Oggi è anche l’onomastico di mia mamma. Si chiama Assunta ma da tutti si fa chiamare Susy.
Se viene a sapere che lo sto dicendo pubblicamente su questo blog mi uccide, ma non lo saprà mai, spero.

Una delle cose che odiamo di più, io e mia mamma, è il giorno del nostro onomastico.
Entrambi odiamo il nostro nome. O meglio, lei lo odia ancora io invece ormai non più, però odio quel giorno per altri motivi più o meno oscuri.
Siamo figli della stessa stupidissima tradizione del sud.
Quella di mettere, al primogenito, lo stesso nome del nonno/nonna paterno/a per intenderci.

Guardandola rispondere al telefono almeno una quarantina di volte nel giro di qualche ora con la sua aria prima arrabbiata, poi avvilita ed infine triste mi ha portato a ricordare quando io stesso lo facevo qualche anno prima.
Ecco, qualche anno prima. Questo è il fulcro di tutto.
Come mai son cambiato?

Mi sono chiesto cosa mi fosse successo in questi anni dopo aver puntato i piedi per non ricevere più telefonate ed aver così minacciato l’intera famiglia.
Come mai, inizialmente odiassi a morte il mio nome e poi così, pian piano, son arrivato in un certo senso ad amarlo.
Mi son guardato allo specchio ed ho ripensato alla mia intera vita.
Perché il mio nome, Felice per chi se lo stesse chiedendo (potete chiamarmi Felix), mi ha portato a questo?

Per via di questo nome, la mia intera vita è stata, ma lo è ancora, costellata di battutine stupide e risatine ogni qualvolta mi chiamavano; di sicuro per un bimbo della materna-elementari o perfino delle medie non era proprio la cosa più bella del mondo.
Poi se vogliam metterci anche che il mio cognome, che sempre per chi se lo stesse chiedendo è: Russo che insieme al mio nome crea ancora più battutine, la cosa non può che peggiorare.
Tutta la vita, oltre agli altri sfottò (su altre piccole e/o grandi cose che non sto qui a raccontare), dovevo subire pure prese in giro sul mio nome.
Per me era una cosa inconcepibile.
Per quale motivo io dovevo avere un nome così strano e gli altri invece nomi normali come Giulio, Federico, Francesco, Nicola, Matteo, Luca o Lorenzo?

Poi, pian piano crescendo, essendo io una sottospecie di alieno (come di solito mi definisco) con un carattere assai strano, ho capito che forse questo nome non era una condanna.
O quanto meno, gli altri potevano trovarlo una condanna, ma io potevo far qualcosa e trovare i lati positivi della cosa.
Di conseguenza ci ho provato. Ho voluto dare una chance a questo nome.

Nel giro di qualche anno ho trovato un bel po’ di “pro”, che anche se non potevano cancellare gli anni di sfottò, davano comunque un senso al mio nome e mi davano la voglia di urlarlo al mondo.
Quali sono questi “pro”?
1) Sono l’unico della mia città ad avere questo nome, e nel bene o nel male, qui tutti mi conoscono. Io son un gran egocentrico, di conseguenza per me questa è una cosa positiva.
2) E’ un nome strano perciò quando mi presento, di solito, son quello che viene ricordato per primo.
3) Son una persona che fa di tutto pur di far ridere gli altri. Son goffo, sempre allegro, alcune volte stupido ed irruento; ma cerco sempre di portare un sorriso agli altri. Penso che sorridere sia una delle cose più belle del mondo e sorridere cambia totalmente le sorti di una giornata, di conseguenza perché non farlo?! Se posso dar una mano in questo, ben volentieri. (Questo me l’hanno fatto notare i miei compagni di università)
4) Il mio nome indica la felicità, che in un certo senso, è una delle cose che mi contraddistingue. Poche volte, le persone a me vicine, mi hanno visto piangere o totalmente triste-depresso. Anche quando devo dire qualcosa di importante, cerco sempre di farlo con il sorriso. Pure quando son stato per un po’ di tempo all’ospedale, non ho mai perso la voglia di sorridere perché…beh perché il mio corpo e la mia mente mi dicono di sorridere ogni 5 minuti, perciò lo faccio.
5) Grazie a questo mio nome son riuscito a trovato un nome d’arte (se così possiamo definirlo) che amo ed uso ormai da 7 anni.
6) Potrei dire altri motivi, ma questo post non è fatto per elencare tutti i pro, di conseguenza mi fermo qui.

Ed ecco qui: che quel nome che trovavo così stupido, così “pesante e vecchio”, così tanto strano…è diventato alla fine qualcosa che dice molto di me. Qualcosa che dà ancora più senso alla mia esistenza. Qualcosa che mi contraddistingue. Un piccolo marchio o segno personale.
Quel nome che tanto odiavo è ora parte di me.

Alla fine penso che questo sia avvenuto perché l’odiavo a tal punto che quando ho cercato di dargli una chance, ho trovato cose positive anche in quelle negative. Ho capito che quel particolare che tutti trovavano brutto/strano/buffo era, alla fine, parte di me e molti se non tutti mi riconoscevano anche per quello. Di conseguenza se era così tanto “importante” vuol dire che un senso ce l’aveva.

E questo lo dico proprio perché per moltissime persone quel colore di capelli/pelle strano oppure quel nome così anormale o quell’accento buffo, o chissà quanti altri particolari, possono sembrare delle condanne ma alla fine basta solo guardare quella cosa, che ci pesa tanto, sotto una luce diversa ed ecco lì che tutto cambia…e quel fatto tanto odiato si trasforma magicamente in qualcosa di importante per noi.
Ovviamente non vale per tutto e tutti, ma se il destino ci ha dato questa cosa forse un perché ce l’ha ed è nostro compito scoprirlo, apprezzarlo più degli altri e farlo nostro, perché la nostra esistenza avrà ulteriore senso anche grazie a questo piccolo ma grande particolare.

P.S. Qualcuno potrà dire che è una cosa stupida far questo mega ragionamento solo per un nome. E’ vero, anche mio padre non lo capisce, ma solo chi ha un nome fuori dal comune (o chi è più “sensibile” degli altri) può capire ciò che ho detto.

Imprevisti?

Ero su Facebook, qualche minuto fa ed una delle mie compagne di università ha pubblicato un post di Repubblica.
Era uno scritto sulla moda. Ovviamente.
Facendo una facoltà di lettere con indirizzo moda, cosa volevo trovar condiviso?
Parlava di scarpe con il tacco removibile.
In poche parole scarpe che all’occorrenza diventano ballerine semplicemente staccando con una mano il tacco.
Bellissima idea, certo d’impatto e sicuramente ottima dal punto di vista del confort per tutte quelle donne che non hanno tempo di portare più di un paio di scarpe dietro con se e che per il lavoro vogliono qualcosa di comodo ma comunque alla moda, come una ballerina, ma che poi all’occorrenza si trasforma in sensualissima scarpa con il tacco per una serata improvvisa o per un aperitivo.

Bene, guardandole ho pensato: questo risolve uno dei problemi fashion che affligge le donne moderne. Ma non è che sotto questa invenzione…si nasconde altro?

Si. C’è dell’altro.
Il nostro nuovo modo di vivere. Frenetico. Assurdo. Inimmaginabile.
Tutti vogliono essere giusti nel momento giusto, con l’abbigliamento e i discorsi giusti. 

Nessuno fuori posto.
Non puoi mica essere una donna che va con un paio di ballerine da giorno ad un aperitivo.
Si sente il bisogno di avere sempre una giornata piena.
Lavoro, amici, casa, amore, famiglia e divertimento.
Tutto nella stessa giornata e tutto deve essere perfettamente stipato nell’agenda. Nessun accavallamento, nessuna sorpresa, nessuna improvvisata. E se succede? Beh dobbiam esser pronti.  Pronti a tutto quello che ci può accadere. Non possiamo esser vestiti male, non possiamo non avere argomenti, non possiamo passare come il “fuori posto”, non possiamo perdere questa gara a chi arriva per primo ad avere tutto prima dei 30/40 anni.

Ma, io mi chiedo, perché questo? Perché ci siam ridotti ad essere una specie di automi tutti uguali? Perché dobbiam avere necessariamente discorsi per tutte le occasioni? Perché esser perfettamente vestiti anche quando ci si trova davanti ad un imprevisto? Perché dobbiam per forza essere la persona di punta in tutte le situazioni? E soprattutto perché non possiamo vivere “l’inatteso” come qualcosa che può semplicemente cambiarci la giornata, forse in meglio, e perché non possiamo vivere con più calma e dividere le cose senza che il divertimento, l’amore, il lavoro e gli amici si trovino tutti nella stessa giornata dell’agenda?

E’ vero, ora siamo 7 miliardi sulla faccia della terra e non tutti possono arrivare in cima ai propri sogni, ma non penso che essere sempre perfetti e preparati per tutto possa giovare a questa scalata verso il proprio successo.
L’imprevisto è sulla strada di tutti e nessuno è preparato, qualunque esso possa essere. Di conseguenza la scalata la si può continuare solo se si riesce a trasformare quell’imprevisto in qualcosa di nuovo, di bello, un’esperienza da cui trarre informazioni, forza e “nutrimento”.

E poi cosa c’è di male ad essere, per una volta, preda di un imprevisto (tipo: un appuntamento lampo con la persona che ci piace, l’invito ad una festa di qualche amico, una serata in discoteca con un proprio fratello/sorella/cugino…), cosa c’è di male nel non essere per una sera al centro dell’attenzione di tutto e tutti e godersi semplicemente un po’ di calma, cosa c’è di male ad essere quello non vestito perfettamente? Non c’è niente di male, ecco il bello.

E sapete una cosa? Io voglio essere preda dell’imprevisto e godermelo. Voglio essere la persona vestita, non convenzionale a tutte le altre, della serata. Voglio essere il “ragazzo da parete” e godermi la pace. Voglio non avere argomenti a quell’appuntamento (per esempio) e arrossire semplicemente davanti a quella persona.
Voglio vivermi la vita.

E forse dovrebbero farlo, un po’, anche gli altri.