Perché in fondo un finale accettabile lo meritano tutti, no?

Ascoltare una canzone, nel momento giusto (a seconda dei casi, possiam decidere quanto è giusto o meno il momento), può totalmente cambiarti l’umore.
Può distruggerlo o ricostruirlo.
Un po’ come fanno gli architetti di Extreme Makeover Home Edition.
Solo che la canzone non ci mette una settimana, ma solo 3 o 4 minuti.

Anche incontrare una persona importante, nel momento giusto, può totalmente cambiarti l’umore.

Il peggio, o il meglio, avviene quando incontri nello stesso momento (canonicamente giusto) una persona importante mentre ascolti la canzone. Quella canzone. Quella canzone che ti lega alla suddetta persona o parla di voi.

Ed a me è capitato, proprio l’altro giorno.

Stavo correndo sul molo della mia città (ultimamente ho preso la fissa di andare a correre e far addominali…).
Maglia termica e una tuta. Cuffie nelle orecchie e contapassi-calorie in una tasca del pantalone.

Correvo, respiravo, ascoltavo quella canzone. Canticchiavo le parole, sospiravo, mantenevo il passo.
L’ho percorso tutto, 3 km all’andata.
Son arrivato alla fine. Sempre con quella canzone nelle orecchie.
E proprio lì, prima di tornare indietro, che ho incontrato quella persona importante.
Erano 3 anni che non ci vedevamo.

Incontrarlo è stato fulmineo, intenso e distruttivo. Come una guerra.
Mi son ritrovato lì, da solo, a guardare questa persona mentre il mio cervello pulsava.
Come se stesse mandando un segnale; un po’ come quello che mi arrivò quando iniziai a scrivere questo blog.
Ascoltavo quella canzone, che continuava ad aumentare il carico da novanta che già c’era nell’aria.
Avrei potuto tirare avanti, buttarmi sugli scogli, salutare velocemente ed andare via.

Ma sarebbero state tutte opzioni stupide. Da “senza palle”.
Il percorso che abbiam avuto io e questa persona, da parte mia era finito proprio 3 anni fa, dopo tante cose da dimenticare e altre (poche) da ricordare.
Fare uno di quei gesti sarebbe stato come non aver mai chiuso quel capitolo della mia vita.
Ed io, invece, l’avevo fatto. Finita male, ma l’avevo fatto. Era rimasta un’ultima cosa da fare…ma cosa?

Son rimasto lì, ho salutato e ci siam messi a parlare.

In quei 3 anni era successo di tutto. La mia vita è cambiata, la sua pure. Il mondo ha continuato a girare. La storia a fare il suo corso. Il futuro a diventare presente e poi passato e il futuro lontano è diventato futuro.

In pochissimo tempo tutto quello che sentivo non c’era più.
Stavamo parlando, come due amici di vecchia data che si son rincontrati per caso.
Ed infatti eravamo proprio questo. Probabilmente lo siamo ancora.
E’ stato solo un momento.
Un momento in cui il passato sembrava stesse cercando di riaffiorare ed uscire prepotentemente. Come se il vaso di Pandora fosse stato aperto, così a caso.
Ma non era così.
Quelle sensazioni stavano indicando tutt’altro.

Abbiamo continuato a parlare.
Di noi. Dei nostri nuovi hobby, del nostro lavoro, studio, amore, amici, divertimenti vari.
Tutto normale.
Io sorridevo, parlavo, ci siam rifatti i 3 km insieme, camminando.
Il mio umore non era totalmente cambiato.
Prima ero felice, calmo e “normale”…e lo ero anche in quel momento.
Non mi era mai successo con questa persona accanto a me.
Mi ha sempre provocato tantissime emozioni in passato, molte volte contrastanti, così tanto che volevo abbracciare questa persona ma nello stesso tempo picchiarla a sangue, ma mai “normalità, calma e felicità”.

Tutto quello che mi stava accadendo, tutte quelle sensazioni, stavano dicendo che dovevo fare l’ultimo passo.
Avete presente quando finite di leggere un libro? Bene. Lo si chiude e lo si rimette a posto, no?
Dovevo fare lo stesso con questo capitolo della mia vita.
Era stato chiuso, 3 anni fa, ma doveva ancora esser riposto per sempre nella grande libreria che è la mia vita.
Ed quello era il momento di farlo.

Siamo arrivati alla fine. Di tutto.
Ma anche del molo.
Di nuovo sulla spiaggia. Ci siam salutati, detti le ultime cose sorridendo, ma non troppo. Una stretta di mano ed entrambi con la solita frase: “allora ci sentiamo su facebook, okay?”.
Lui è entrato in macchina ed è andato via. Io ho ripreso a correre.

E proprio mentre correvo…mi son messo a ridere.
Quella frase stava ad indicare ciò che non avremmo mai fatto invece.
Risentirci, intendo.
Non succederà più.
Non è successo per 3 anni e non risuccederà ora.
Quella frase, era solo un modo carino per non dire quell’addio così brutto da sentire.
Ho capito solo in quel momento che quel grandioso capitolo della mia, che avevo chiuso 3 anni fa, era appena stato accantonato. Riposto per sempre, con ordine, nella libreria.

Ed è ciò che dovremmo far tutti.

Dovremmo, dopo aver chiuso quella storia, dare una fine ancora più certa.
Scelta da noi e dal destino o dal cosmo.

Se ci capita di poter fare ciò, dopo aver chiuso definitivamente, non dobbiam scappare, perché è soltanto una possibilità per poter dare un finale dignitoso a qualcosa che non ha avuto la fortuna di averlo.
Perché in fondo un finale accettabile lo meritano tutti, no?
E…via nella grande libreria, insieme alle altre storie già chiuse.
E poi?
E poi dobbiam semplicemente staccarci da quella libreria ancora una volta, come in passato, contemplarla da lontano per qualche secondo e tornare a correre sulla nostra strada.
Sulla strada della nostra vita, sorridendo, come prima…come sempre.

O almeno, io ho fatto questo.

La vita è piena di maschere…

Pirandello ci fece addirittura una teoria sopra questa frase. Una teoria che dipingeva noi tutti come dei grandi e piccoli attori ed il mondo come un grande palcoscenico…e mi piace pensare che egli percepisse l’universo come un bellissimo teatro.
Basta leggere “Uno, Nessuno e Centomila” per capirlo.
Una persona, centomila maschere, nessuna personalità.

Son 21 anni che guardo la vita come se fosse un grande palcoscenico.
Forse è anche per questo che amo incondizionatamente il pensiero e le opere di Pirandello?

La mia anima da attore mi ha sempre portato a vederla così (quanto mi sarebbe piaciuto intraprendere la carriera di attore…alle elementari e alla medie ero sempre il protagonista delle recite; portavo i miei a teatro convincendoli nelle maniere più assurde; alle superiori scelsi di studiare la storia teatrale e ammiravo e ammiro tutt’ora gli attori del cinema come degli dei).

Ed è proprio grazie al nostro premio Nobel che son riuscito meglio a concepire la vita e il mondo.

La vita come palcoscenico; il mondo come teatro che ti offre tutti i mezzi, perfino i più assurdi, per poter realizzare la recita…e noi come attori.
Attori che devono mettere in scena ciò che sono e ciò che hanno dentro, per offrirlo a tutti gli altri attori, che però nella nostra vita son solo spettatori o comparse-aiutanti.

Noi, attori su questo palcoscenico che è la vita, non dobbiamo però indossare maschere. Se non una sola, per tutto lo spettacolo.
Troppo facile indossarle tante. Troppo difficile re-indossarle.

Essere la persona giusta, mascherandosi da “persona giusta” è facile una volta; la seconda non più perché la maschera pesa e non si è più capaci di portarla…ed è lì che poi la “recita” non può più andare avanti e che la magia (e la tua vita) finisce.

E se sei un bravo attore?
Beh puoi esser bravo quanto vuoi e alla fine della fiera puoi aver indossato tutte le maschere possibili, ma quella più importante l’avrai già gettata. Ed era quella che rendeva speciale il tuo spettacolo.
La più importante, sì.
La tua.
Perché noi tutti abbiamo una maschera ed è quella che dice al mondo come siamo, cosa siamo, la nostra personalità. Una maschera che porta le nostre cicatrici e i nostri sorrisi.
Una sorta di prolungamento dell’anima.

Con quale coraggio si può gettare la propria maschera per adottarne altre?
Con questo non dico di non oscurare agli altri parti di noi o della nostra vita come può essere in alcuni casi. Facendo degli esempi banali e lampanti, l’omosessualità quando ancora non ci si sente di rivelarlo al mondo oppure tener nascosta una malattia perché non ancora forti per affrontarla; ma, ciò che intendo io, è di NON mascherare ciò che siamo.

I nostri pregi e i nostri difetti. Quello che ci piace e quello che non ci piace. Ciò che pensiamo e ciò che non fa parte della nostra etica. I nostri valori e i nostri principi. La nostra persona.

Io, per mia grandissima fortuna e forza, non ho mai gettato la mia maschera.
Non ho mai rinunciato a far vedere a tutti la mia personalità.
Non ho mai rinunciato ad essere la persona che sono, nel bene e nel male.
E perché dovrei rinunciare a ciò? Non si può piacere a tutti e non si può essere la persona giusta in ogni momento.

Ed è ciò che dovrebbero far e capire tutti.
Rendere grande la nostra vita con una sola maschera, la nostra. Con un solo palcoscenico. Con una sola recita, da diversi atti. Con un solo protagonista: noi.
Però senza prendersi troppo sul serio, perché tanto siamo sempre noi a decidere.

Alla fin dei conti vale più una recita così, vissuta-amata-goduta fino in fondo, oppure una in cui il protagonista è davvero “uno, nessuno e centomila”?