“La solitudine ci dà il piacere d’una grande compagnia: la nostra.”

Pensate ad una cosa.
Essere da soli.
Completamente da soli in una sala, enorme, di un cinema. Per un paio d’ore.
A quanti piacerebbe una cosa simile?
Penso che ai tre quarti degli abitanti della terra, una cosa così, potrebbe solo che far ribrezzo-stranezza…o una sensazione simile.

E poi ci sono io che invece amo questo tipo di situazioni “assurde”.
Io amo spingermi al limite delle cose.
Non sono mai stato il tipo da fermarsi a metà; se devo correre e ne son sicuro al 100%…lo faccio bene e fino alla fine a costo di schiantarmi contro qualcosa e farmi male.
Ed è questo il bello, poi mi faccio male per davvero; però è anche questo vivere, no? Ti fai male e capisci che sei vivo. Sembra il “contro” della vita, ed in un certo senso lo è, ma non fino in fondo; perché è anche un “pro”. Sei vivo, lo capisci, soffri ed impari e cresci e torni più forte di prima.

Tornando al discorso di prima, qualche giorno fa sono stato per due ore in una sala di un cinema. Da solo.
Da solo da solo, dico davvero. 400 posti e l’unico occupato era il mio.
(Il film forse faceva schifo? Boh probabilmente, ma non siamo qui ad espletare questa faccenda)

Da quando son entrato a quando son uscito mi son sentito bene.
Avete presente quando state proprio bene e sorridete senza motivo e senza accorgervene? Ecco proprio così.
Qualcuno, anzi molte persone, si sarebbero sicuramente sentite sole in una situazione come quella no? Io invece no. Non sentivo il bisogno di altre persone, non volevo la stanza piena.

Mi sentivo solo, ma non nella connotazione negativa che il mondo ci dà della solitudine.
Mi sentivo appagato da quella situazione, mi sentivo contento, mi sentivo in pace.
Avevo avuto il tempo per me. Un piccolo spazio personale da non condividere con nessuno. Un paio d’ore in cui godermi il film e riflettere su ciò che volevo senza farmi troppi problemi. Un momento in cui esternare tutto ciò che sentivo. Un’istante, più o meno lungo, scollegato dalla società e dal mondo che mi circondava.

Degas diceva: “Sto bene da solo ma non sono un solitario. Cerco gli altri per scelta, non per timore della solitudine. E scelgo con chi stare. Perché siamo fatti per stare con pochi.”

In un certo senso mi ritrovo perfettamente in alcuni passi della sua frase.
Ci sono momenti in cui sto benissimo da solo, ma non per questo sono un solitario.
Mi piace andare al cinema da solo, mi piace scrivere in un parco sotto qualche albero in beata solitudine, mi piace chiudermi da solo in giardino a disegnare separato da tutti, mi piace pedalare sul molo della mia città solo accompagnato dalla musica.
Ho i miei momenti in cui non ci deve esser nessuno intorno a me perché ho semplicemente bisogno di me stesso ed ovviamente l’unico che può capirmi son io.

Non capisco bene perché il mondo ha questa connotazione negativa della solitudine.
Probabilmente sarà perché la gente confonde lo “star bene da soli” con l’essere un’eremita; ma tutto ciò è completamente sbagliato.
Non sono un’eremita (anzi amo star in compagnia delle persone a cui voglio bene) così come non lo sono nemmeno tutte quelle persone che si rispecchiano in ciò che ho scritto; siamo solo persone che, non si sa bene per quale motivo, hanno bisogno di almeno una volta al giorno del loro momento personale, da non condividere con nessun altro.
E penso, che alla fine dei conti, tutte le persone sulla faccia della terra hanno il bisogno intrinseco di avere questo magico momento una volta ogni tanto; solo che moltissimi fanno di tutto per evitarlo perché hanno quella maledetta paura della solitudine.
Paura di una cosa che nemmeno conoscono al 100%, probabilmente.
Solitudine che tutti odiano. Solitudine che viene disprezzata. Solitudine che viene confusa con la tristezza, solo per colpa di chi la prova e non del sentimento stesso.

La solitudine, come tutte le altre emozioni, ha i suoi pro e i suoi contro; ma non bisogna soffermarci unicamente sulla visione “brutta”.
La solitudine ha tantissime sfaccettature ed esser soli, una volta ogni tanto non è così malvagio come il mondo vuole farcelo apparire.
Anzi molte volte può essere non solo un bene, un’esigenza…ma anche un diritto ed un dovere verso noi stessi.
Esser soli, con la sola compagnia di noi stessi, è anche un modo per riflettere; per sognare; per capirsi meglio; per far le cose che amiamo; per mandare avanti i nostri progetti; per esser in pace con se stessi o per trovare la pace; per dedicarsi un momento felice; per aiutarsi; per trasformare l’inferno in cielo (come diceva John Milton) o più semplicemente per rilassarsi.

State pensando che tutto questo scritto sia stato creato solo per dare una spiegazione ai miei momenti di esclusione dal mondo? Molto probabile.
Ma se tu che sei arrivato alla fine di questo post ti ritrovi nella mia stessa categoria…beh fai come me: cerca di togliere anche tu questo enorme macigno oscuro dalle spalle della solitudine ed inizia a spiegare al mondo che probabilmente son gli altri a sbagliarsi e a non capire la che la solitudine è necessaria all’uomo tanto quanto l’amicizia, l’amore e i rapporti sociali. E se non sapete come rispondere a qualcuno che non capisce ditegli soltanto una cosa, questa:
“alla fin fine la solitudine ci dà il piacere d’una grande compagnia: la nostra.”

“Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare.”

Ho una brutta abitudine.
Quella di fotografare tutto. E quando dico tutto intendo proprio tutto.
Da quando i miei genitori mi hanno regalato uno smartphone, con una potente fotocamera integrata, ho preso questa mania.
Durante tutta la mia vita non ho mai amato particolarmente la fotografia.
O per meglio dire non l’ho mai amata perché mi trovavo, in un modo o nell’altro, sempre davanti all’obbiettivo e mai dietro. Mi sentivo molto a disagio…cosa che però ora succede meno.

Poi pian piano ho scoperto anche questo nuovo lato della fotografia.
Io dietro a far da sceneggiatore alle cose.
Vedere tutto con un occhio diverso.
Non essere il protagonista di tutto, ma esserne per una volta lo spettatore e allo stesso tempo colui che può però cogliere l’attimo, il regista.

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Ai fin dei conti non è un’operazione così complessa.
Premi un bottoncino o clicchi sullo schermo e via.
Però per quanto possa essere semplice, non lo è affatto.
Fotografare è probabilmente una delle cose più difficili del mondo.
Devi capire subito che l’attimo è quello giusto. Devi esser veloce ma allo stesso tempo delicato come un fantasma, perché in quell’attimo che stai fotografando non ci devi esser tu e non si deve sentire la tua presenza; ma ci deve essere il tuo marchio. Devi raccontare qualcosa, una storia, senza però farlo davvero. Devi essere creativo, ma allo stesso tempo farti ispirare dalla natura. Devi essere intelligente da capire cosa va e cosa non va fotografato e devi inoltre capire e captare le piccole cose che possono rendere la fotografia qualcosa di spettacolare.

Però a differenza dei veri fotografi, che ammiro e stimo e amo, io non lo faccio per creare un’opera d’arte né tantomeno per fare mostre o libri e nemmeno per averne un ricavo economico.

Il mio approccio alla fotografia è totalmente diverso. Non è nemmeno per passione, se così può sembrare. E non posso minimamente dire che le mie foto siano belle o artistiche, tanto non è quello il mio scopo.

Ho una bellissima abitudine.
Quella di fotografare tutto. E quando dico tutto intendo proprio tutto.
Non è tanto un hobby o un futuro lavoro, ma è un’esigenza.
Hai presente quando senti di dover per forza fare qualcosa a tutti i costi perché sia il cuore che la mente dicono quello? Ecco, succede lo stesso, con me, con la fotografia.
Non capisco bene quando è nata questa esigenza, in passato non l’avevo.
Però conosco perfettamente il perché: per ricordare.

Io son un tipo che non ha paura di tante cose, per esempio non ho minimamente paura di morire.
Però una delle cose che mi spaventa di più nella vita e che secondo il mio parere è 100 volte più brutta della morte…è l’Alzheimer o comunque perdere la memoria in generale, che sia per una malattia o per un incidente o per un complesso meccanismo del cervello che verrà attivato dall’ansia e da qualcosa di catastrofico.
La cosa che mi spaventa di più è perdere la memoria, sì.

Ho scoperto con il passare degli anni che, il mio piccolo cervello, ha un “potere”…quello di ricordare qualcosa, anche di molto molto lontano, attraverso la fotografia.
Guardo una fotografia e mi vengono in mente le sensazioni che provai in quel momento, il momento stesso, perché fotografai o venni fotografato, dove ero e con chi ero e perché ero lì.
Non capisco come il mio cervello possa fare una cosa così tanto complessa, visto che poi non riesce nemmeno a risolvere una disequazione semplice, però ci riesce e da quel momento ho capito che fotografare è un’esigenza.
Ma non un’esigenza cattiva, nel senso di doverlo fare per quella grandissima paura che ho; ma per un’esigenza buona: ricordare.
Ricordare le cose che mi hanno fatto pensare, creare, sorridere, esser felice, che mi hanno cambiato la giornata o la vita o che hanno cambiato quella degli altri (come faccio con i miei amici), piangere, sorprendere, battere il cuore, aiutato o semplicemente che mi piacciono.
Penso che ricordare (forse qui c’è lo zampino della mia grandissima passione per la storia) sia una delle cose più belle del mondo.

Dovrebbero fotografare, di più, un po’ tutti.
Fotografare sul serio.
Non fare foto ad un piatto di pasta o al cappotto nuovo che si è comprato, non due foto al un cane o all’auto; ma fotografare con il cuore.
Fotografare quelle piccole e grandi cose che cambiano le giornate…e poi semplicemente salvarle per poter ricordare, tra uno oppure dieci o anche quarant’anni, le emozioni che avevamo in quel momento e riviverle con la stessa intensità.
Per sentirci bene, per sentirci ancora bene e soprattutto vivi.
E mettiamo caso che la vita ha in serbo per me (SPERIAMO DI NO, anche perché sennò poi mi incazzo!) di farmi perdere la memoria, allora tutto ciò che ho fotografato, forse in qualche modo, mi farà rivivere la mia vita.
O più semplicemente guardando le foto mi farà dire, sorridendo: “Beh tutto sommato quel tipo lì ha avuto una bella vita se si è fermato a fotografare tutte quelle cose”.