Quegli occhi che sono diventati uno dei ricordi felici della mia vita.

In uno dei miei posti preferiti di Marina, ore 22:40 circa.

E’ stato un attimo, un attimo memorabile.
Mentre parlavi ti sei girato verso di me guardandomi negli occhi e il lampione, che avevamo sopra le nostra teste, ti ha illuminato.
Ha illuminato te, il tuo corpo, i tuoi vestiti, i tuoi denti, il tuo naso, i tuoi occhi.
Quegli occhi.

Quegli occhi che d’incanto, illuminandosi, hanno sprigionato tutta la loro luce.
La stessa luce che hanno gli asteroidi quando si incendiano entrando nell’atmosfera.
Dentro di loro è esploso un arcobaleno di colori mentre dentro di me è esploso l’universo.
Ed in un secondo mi hanno rapito.
Mi hanno trasportato in un altro mondo in cui loro erano il sole che aveva dato origine a tutto.
Quegli occhi che guardandoli fan partire in me, tutte le volte, millemila melodie. Che con la loro luce mi hanno fatto sentire protetto, felice, calmo…nel posto giusto al momento giusto per tutta la sera.
Un paio di occhi che parlano da soli, di te e delle tua storia. Con la loro forza sovrumana riescono a creare intorno a loro la stessa aura che si respira quando si è a casa. Così ipnotici e così meravigliosi da non aver un colore fisso e cambiare di giorno in giorno stupèndo chi li guarda. Piccole sfere magiche che creano sensazioni fantastiche.
Belli…bellissimi. Tanto da spronarti a far tutto, pure scalare l’Everest, solo per vederli una volta ancora.
Due gemme incastonate nel tuo corpo; così potenti che sembrano imporsi sul tutto…perfino sulla percezione, perché mentre mi guardavi loro non hanno riflesso me in te ma hanno semplicemente brillato, un’aurora boreale in mezzo al nulla, catturandomi.
Occhi che non dovrebbero mai rimaner chiusi perché fratelli del fuoco.
Figli di Narciso, quegli occhi potrebbero esser riconosciuti anche in mezzo ad una festa, anzi anche in mezzo all’intera popolazione di NY durante l’ultimo dell’anno a Times Square, per quanto riescono ad esser “protagonisti”.
Occhi bellissimi in cui perdersi per poi ritrovarsi. Così profondi che sembrano scavare nella psiche e nel cuore di chi viene guardato da loro.
Con il loro luccichio riuscirebbero a zittire tutti, anche il mare in tempesta o un vulcano in eruzione.
Poetici come la rugiada che si posa sulle margherite all’alba, come una danza tra due cigni innamorati, come il camino rimasto acceso durante la notte di Natale mentre tutto intorno a lui dorme, come il sole che tramonta tuffandosi nell’oceano, come un pianoforte e un violino che suonano insieme.
Così intensi che fermano il tempo e lo spazio, creando una dimensione nuova in cui esistono solo loro, te e chi ha la fortuna di guardarli.
Vista la loro particolarità dovrebbero esser patrimonio dell’Unesco, insieme alla costiera Amalfitana, al Taj Mahal e alle piramidi di Giza.
Pieni di vita, pieni di fascino, pieni di dolcezza, pieni di coraggio…occhi simili son quelli che immagino per gli angeli. Anzi, sono loro stessi degli angeli; che tramite un’occhiata ti proteggono, come solo un custode saprebbe fare.
Essi potrebbero essere, da soli, la copertina di un libro o il poster di un film o anche sfondo di un’esistenza intera.
Pochissimi secondi in cui i miei occhi si sono specchiati nei tuoi fino ad immergermi vedendo ciò che sei, sei stato e soprattutto cosa hai dentro, ovvero quella luce fenomenale di cui ti ho sempre parlato; che è fuoriuscita prepotente risplendendo come le ali di un’araba fenice.

Grazie ai tuoi occhi ho finalmente scoperto a cosa alludevano tutti i poeti che ho studiato nel corso degli anni…grazie ai tuoi occhi ho visto un’anima, la tua.
E loro con un semplice sguardo hanno cambiato una vita, la mia, dandole un senso in più; perché è per occhi così che la vita vale la pena di esser vissuta.
Da oggi, quegli occhi, i tuoi occhi…sono diventati uno dei ricordi felici della mia vita.

P.S. Il post è volutamente caotico, in quanto non spiego di chi si parla o quando sia successa questa cosa. Per una volta volevo “stravolgere” il blog non specificando niente ma lasciando una parentesi aperta, come quella che ho nel mio cuore.
P.P.S. Marina è il posto in cui abito, ovvero Marina di Ravenna, in provincia dell’ex capitale dell’impero romano d’Occidente e dell’esercito Bizantino.

“IO NON HO PAURA!”

Io ho paura.
Ebbene è così.
Ed è ora che io urli al mondo intero questa cosa.
Son sempre stato, in passato, uno di quelli che non ha mai avuto paura di nulla; ed è proprio per questo che si chiama così questo post (anche se è pure il titolo di uno dei miei film preferiti) ma non tanto perché mi considero un superuomo, anzi, l’ho fatto solo perché ho da sempre capito che la vita ha i suoi pro e i suoi contro; perciò ogni tanto ripetevo quella frase.
Aver paura, per me, era solo un “fasciarsi la testa prima del tempo” …perciò era meglio affrontare tutto subito senza se e senza ma.

Solo una volta ho toccato così tanto il fondo, metaforicamente parlando (ma forse anche fisicamente e psicologicamente), da accorgermi di aver paura.

Quella di cui parlo però non è la solita paura, come la si può avere per l’altezza; per il futuro; per gli insetti; per un film troppo macabro; per un esame universitario; per un responso medico; per un possibile matrimonio o anche per il buio in sé.
E’ una paura diversa. Inspiegabile.
E’ un misto di 1000 cose diverse che si uniscono in una sola.
Ti attanaglia la mente fino a bloccarla.
E’ l’unico momento in cui, anni ed anni di muri alzati per difenderti (dalla famiglia, dall’amore, dalla società…) vengono distrutti, come fece la bomba atomica con Hiroshima qualche decennio fa.

E’ stato un attimo, veloce. Mi ha colpito dritto al cuore e mi ha invaso la mente.
Mi son sentito solo al mondo. Intorno a me avevo pareti oscure che cercavano di fagocitarmi senza nemmeno darmi il tempo di respirare. Mi sentivo come quando qualcuno ti mette la testa sott’acqua e cerca di ucciderti (anche se fortunatamente ancora non ho mai provato realmente questa sensazione e spero di non provarla mai). Le lacrime solcavano il mio viso senza che me ne accorgessi, le mani tremavano e sbattendo contro le sbarre di metallo del letto su cui ero steso producevano un tintinnio quasi spettrale. Anche se intorno a me c’era altra gente, nella mia stessa condizione (non di paura), non riuscivo a sentire altro che il mio respiro entrato ormai in iperventilazione e quel maledetto tintinnio. Sapevo di non riuscire nemmeno ad emettere un debole sussurro dalla bocca; ero senza fiato e senza voce. Non vedevo niente se non appunto un enorme buio continuo e perpetuo. Penso di aver avuto lo sguardo sbarrato, proprio come lo si vede nei film americani. Sentivo il mio cuore battere come se fosse una batteria in un concerto, sentivo benissimo il sangue che scorreva nelle mie vene. Il mio cervello nello stesso momento pensava a miliardi di cose, ma alla fine era totalmente vuoto; penso che sia stato l’unico momento in cui non abbia pensato davvero a nulla; un po’ come se fossi un computer spento. Il mio corpo era rigido, fermo, immobile. Nemmeno con l’aiuto di un’altra persona sarei riuscito a muovermi; ma in quel momento ero probabilmente così fragile che perfino una margherita sarebbe riuscita a spezzarmi del tutto e ridurmi in tantissimi pezzi.

Riuscii a risvegliarmi da quel momento solo pensando ad una cosa.
Una parola, per me carica di ricordi e significati, che poi è diventata un tatuaggio sulla mia pelle, qualche anno dopo.

Fino a qualche giorno fa non mi ero mai reso conto di aver provato questa paura.
La paura vera.
O quanto meno, da bravo ex-studente di psicologia, avevo attuato in me stesso uno dei tanti meccanismi di difesa, studiati da Freud e sua figlia.
Avevo totalmente oscurato dalla mia mente quella parte di vissuto. A metà tra la “rimozione” e “intellettualizzazione”.
L’avevo dimenticata? No, quello no. Avevo prima spiegato a me in modo scientifico cosa mi accadde e poi represso tutto ciò che era successo ad un semplice incubo che non dovevo ricordare per nessun motivo al mondo. Riuscivo benissimo ad inquadrare, ricordare e parlare di tutto quello che successe prima e dopo; cosa avevo visto, sentito, provato, detto; ma l’unica cosa che non dissi a nessuno, nemmeno a me stesso, era proprio questo momento.

Poi, proprio come detto prima, qualche giorno fa ho di nuovo avuto paura, un po’ più del solito.
Ma non la “vera paura” di cui ho parlato prima. E’ stato solo un accumulo di stress e varie paure che mi hanno colpito tutte nello stesso momento; una delle solite prove della vita, niente di preoccupante.
Avevo paura di star male di nuovo; paura di perdere una persona importante che bene o male mi ha cambiato la vita senza chiedere niente e che è arrivata come un fulmine a ciel sereno facendosi voler bene in modo assurdo; paura di fallire sia nello studio che nei progetti; paura di non poter concludere ciò che mentalmente ho già portato a termine; paura di non esser all’altezza (visto che son passato dall’essere lo zero assoluto ad avere persone che credono forse anche troppo in me); paura di veder crollare persone a cui tengo.
Ed è stato proprio questo accumulo che ha risvegliato e sbloccato in me quell’incubo che non dovevo ricordare, nemmeno sotto tortura.
E’ di nuovo tornato tutto alla mente. Tutto alla luce del sole. Ho rivisto in me stesso tutto ciò che accadde; un po’ come se fossi a teatro a vedere una recita.
Ho capito subito che da quel giorno, di qualche anno fa, ho iniziato a provar “paura”. Quella che non avevo voluto provare fino a quel crollo. In questi anni ho di nuovo avuto paura di cadere; di perdere qualcuno; di non riuscire in qualcosa; del futuro in generale; di un possibile bacio da dare; di un litigio con una persona importante.
Le paure che provano tutti da bambini, adolescenti, adulti ed anziani.

Ho capito che in passato, ho completamente sbagliato tutto.
Non aver paura, non è la soluzione a niente.
Anzi, ti porta forse proprio a crollare in modo così grave che poi provi la vera paura, quella che poi ti cambia sul serio la vita.
Ovviamente se potessi tornare indietro continuerei a sbagliare come ho fatto in passato.
Non sarei qui, se non avessi fatto tutti gli sbagli che ci son nel mio passato.
Però ho capito una cosa: provare paura non è qualcosa di brutto. Non è qualcosa che ti svilisce, non è qualcosa per cui esser disprezzati, non è qualcosa da tener segreto al mondo intero, compresi gli amici. Non cambia ciò che sei, non ti rende meno “uomo”, anzi forse la paura molte volte apre gli occhi su ciò che è davvero importante per te, che sia un progetto o una persona o anche una cosa qualsiasi.
Provare paura, ti fa sentire vivo perché capisci che da qualche parte ci sarà qualcosa che potrebbe sfuggire al tuo controllo o che non dipende unicamente da te. La paura ti sprona a combattere ancora più duramente.

Tutti provano paura.
Anche le persone che son rimaste nella storia e l’hanno cambiata, come Dante Alighieri o Rita Levi Montalcini o Martin Lutero o anche Paolo Borsellino, l’hanno provata sulla pelle.
E proprio una frase di quest’ultimo dice: “è normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti” …ed è proprio questa la chiave di tutto.

La chiave che, come solo uno “scherzo” del destino può fare, è stata anche la mia.


P.S. Scusatemi se son scomparso per un intero mese, ma diciamo che è stato abbastanza pesante come periodo (tra lezioni, esami, progetti universitari, famiglia ecc…); spero che non ricapiti mai più ♥
P.P.S. Lo so che questi pensieri sulla paura, agli occhi degli altri sono molto normali; ma io ci son arrivato solo ora (son stupido, ma lo sapevamo già tutti questo) di conseguenza mi sembrava giusto dar loro uno spazio in questo blog anche se son parole molto banali.