Some kind of Heaven…

L’altro giorno ho conosciuto un ragazzo.
Un ragazzo molto strano ma bellissimo, ha 22 anni e sembra ancora bloccato nell’adolescenza. Avete presente le caratteristiche migliori degli adulti e peggiori dell’essere adolescente? Ecco, lui era proprio quello, un mix delle due cose.
Una specie di Cassie della serie Skins; solo al maschile, più grande e con qualche momento di lucidità tipico degli adulti ma allo stesso tempo basta una margherita in un prato per fargli perdere la testa e cadere nella sua strana forma di catalessi psichica in cui trova tutto grazioso per molti minuti, manco si fosse fatto di ecstasy da un momento all’altro.
Detto questo, è grazie a lui che ho conosciuto una nuova disciplina: l’Urbex.
[MomentoAlbertoAngelaWannaby: tradotta letteralmente dall’inglese come “esplorazione urbana”, consiste nell’esplorazione di strutture costruite dall’uomo, spesso rovine abbandonate o componenti poco visibili dell’ambiente urbano fotografando tutto ciò che ci salta agli occhi]

Proprio nello stesso giorno in ci siamo incontrati per la prima volta, ha deciso di portarmi ad esplorare qualche posto di Cesenatico, in cui lui bazzica regolarmente.
Una ex scuola abbandonata, una vecchia colonia del dopo guerra ed una costruzione che non ho ancora ben capito a cosa fosse servita in passato (forse anche lei una colonia o un ostello per giovani oppure un piccolo albergo).

Tutti e tre questi posti avevano in comune più o meno le stesse cose.
Porte distrutte, schegge di vetri e mattonelle per terra, disegni e vecchie scritte sulle pareti ormai quasi cancellate dal tempo, scale disintegrate, finestre rotte, corrimano che si tenevano in piedi per miracolo, specchi spaccati sulle pareti, tavoli e altri oggetti sfasciati lungo i corridoi o nelle stanze, pozzanghere e fango nei piani più bassi, intonaco sbriciolato ovunque, segni del passaggio di animali in alcune zone, lucernai deteriorati, vecchi vestiti e accessori sparsi per le varie zone, logori quaderni lanciati un po’ alla rinfusa, ex-bagni fatti a pezzi, muri danneggiati o addirittura con buchi grandi almeno la metà di me (che noi abbiamo usato come ingresso per entrare nella colonia…).
Ma non solo, tutti questi tre luoghi avevano in comune anche un’altra cosa. Una cosa molto più potente.
La storia, una storia, la loro storia.
Ebbene sì, proprio lei; la storia.
Quella cosa che pochi sopportano e a cui pian piano viene data sempre meno importanza, soprattutto come materia scolastica.

Bastava entrare in uno di quei posti (che prima erano qualcosa che somigliavan molto ad una parte di paradiso: in quanto vicino alla spiaggia e agli scogli, immersi nel verde, in una cittadina marittima, arredati di tutto punto; ed ora visivamente un inferno o quanto meno un paradiso post apocalittico, di qualche universo distopico) per capire che erano impregnati di storia.
Girando per le stanze, salendo i vari piani, esplorando i sottotetti e guardando attraverso i vari corridoi sotterranei si sentiva l’odore delle epoche passate.
Impegnandosi si potevano sentire gli echi gioiosi dei bambini che erano passati per quelle mura, gli schiamazzi dei giovani che avevano vissuto in quelle stanze chissà in quale estate dei anni ’50 o ’60, giocando forse al gioco della bottiglia o a far battaglie con i cuscini. Entrando nelle stanze si potevano immaginare le tantissime cose che accaddero al loro interno; baci rubati, guerre con il cibo, un tango tra due persone innamorate, litigi tra amici, segreti detti a bassa voce alla luna in un angolo vicino alla finestra. Bastava guardare dritto nello specchio del bagno per potersi immaginare quanti altri sguardi erano caduti all’interno dell’illusione di quel materiale così magico; bastava toccare il corrimano delle scale per sentire l’energia di tutte le altre persone che molti anni prima avevano toccato lo stesso punto per forse salire le scale da ubriachi dopo qualche serata in discoteca o per scenderle andando in spiaggia a passar una giornata di divertimento; bastava girare per le aule per sognare le storie di tantissimi uomini e donne (di religioni, lingue, nazionalità, orientamento sessuale, culture diverse) che per chissà quale motivo si trovavano lì e per fantasticare sulle possibili relazioni che potevano aver avuto queste persone che si erano trovate nello stesso posto ed in che modo intrecciarono le loro storie; bastava aprire uno dei tanti diari e quaderni che erano gettati un po’ ovunque per leggere (o decifrare) passi di vita di persone che non so nemmeno che fine hanno fatto, come quei bambini che avevano disegnato in quei quaderni piccole case, piccole campagne, piccoli animali, piccoli giocattoli, piccoli sogni e desideri; bastava sfiorare uno dei tanti disegni sul muro per crear nella propria mente 100 scenari diversi e 100 ipotesi differenti; bastava guardare uno dei tanti oggetti in giro per quelle stanze per pensare a quante altre persone nel corso del tempo son andate ad esplorare tali posti e chissà cosa hanno portato via e cosa hanno dimenticato, cosa hanno spostato e cosa hanno involontariamente lasciato, cosa hanno modificato nella struttura e come invece loro si sono sentiti lì.

Tutto ciò che c’era in quel posto era fermo come fu abbandonato anni e anni fa.
Ed è proprio questo il bello; quei posti, così come tutti gli altri posti in cui si può far urbex, sono bloccati nel passato, nella storia. Ma continuano ad essere modificati, senza che nessuno se ne accorga, senza un perché, senza un senso, senza aver un tempo scandito. Qualunque cosa ci sia lì ha un suo passato, una propria storia da raccontare e tutti insieme (luogo compreso) hanno una propria identità. Una forza. Una potenza tale che basta entrare in uno di questi posti per immaginarsi cose che non sono scritte nemmeno nei migliori romanzi. Gli oggetti all’interno hanno conservato lo spirito e l’anima delle persone che possedevano tali oggetti o che li hanno toccati prima di me durante un esplorazione…e basta toccarli a propria volta per lasciare una nuova traccia che è già diventata passato, mischiandosi con esso. Con un solo sguardo puoi immaginare tutto e niente; basta un minimo tocco per sentire la storia di chissà quante persone diverse scorrere in te, sentire le loro voci ed i loro sogni, vedere i loro occhi, captare le loro sensazioni che son rimaste lì in quel luogo come fantasmi.
Basta entrare in uno di quei posti per vivere un passato che non è il tuo. E modificare il presente, ma allo stesso tempo anche la storia e creare qualcosa di nuovo da far diventare futuro (anche senza farlo di proposito, come forse avrò fatto io toccando quei quaderni, spostando qualche oggetto o perdendo chissà cosa senza rendermene conto).

E questa nuovo “sport” (posso chiamarlo così? Almeno per una volta nella mia vita mi sento un mezzo sportivo) mi ha letteralmente aperto gli occhi, perché è qualcosa di potente, assurdo, incredibile, magico, fantastico, meraviglioso, bellissimo. Qualcosa che unisce la fantasia, l’esplorazione, il coraggio, la storia, la società. Il presente, passato e futuro, riscrivendo tutto più e più volte. Qualcosa che dovrebbero fare tutti gli appassionati di fotografia (per gli scenari da poter immortalare), di scrittura (perché quei luoghi sono fantastici palcoscenici per i nostri personaggi mentali), di storia (per poter respirare luoghi storici e scoprire nuove cose o anche curiosità del passato)…di qualunque cosa, perché avventurarsi in luoghi simili è qualcosa che ti può solo aprire la mente ed il cuore.
E’ qualcosa che ti fa sentire vivo, in quanto ti collega con parti di te che non conosci ma ti collega anche a persone che mai avesti potuto conoscere e ad un passato che non è tuo ma che ora in modo assurdo fa parte di te.
Ti fa sentire parte di una società ancora più grande, ti fa sentire un po’ come uno storico quando rinviene chissà quale vecchio reperto…ti fa sentire legato al mondo intero e anche un po’ meno solo, ti fa capire quanto si è minuscoli nell’universo e quanto però anche una piccola cosa può far la differenza.
Mi ha fatto sentire perso in un luogo senza tempo e spazio, in un universo parallelo, in un mondo nuovo, in un’anima sconosciuta, in una società che non mi appartiene e che non conoscevo ma che ora fa parte di me, in questo ricordo. Mi ha fatto sentire più umano. Mi ha aiutato a sviluppare ancor di più la mia fantasia e mi ha aperto gli occhi su quanto sia straordinario il mondo nell’offrirti un lusso così grande, che però è sconosciuto ancora a molti.

Una terra di mezzo in cui tutto è modificabile ma allo stesso tempo nulla lo è per davvero.
E’ storia…che finalmente si può toccare…che tutti possono toccare.


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