Un minuto…

La forma di tempo più semplice che troviamo in natura, ma allo stesso tempo anche la più forte.
Nessuno ci bada, ma fin da piccoli è l’unita di misura che arriviamo a capire subito e che usiamo più spesso: “Noi ci nascondiamo, tu conta fino ad un minuto con gli occhi chiusi”, “Ripeti questa data o parola per un minuto così non la dimentichi”, “Rimani sott’acqua per almeno un minuto” e così via…

Quando le cose si mettono male, i secondi che lo compongono diventano opprimenti, asfissianti, crudeli, pesanti come macigni.
Mentre quando le cose vanno bene, quel minuto diventa veloce come lo sbattere d’ali di un colibrì e poco dopo hai l’esigenza di voler nuovamente quel minuto, per riviverlo ancora, quasi come se fosse una droga.
E’ tutta una questione mentale però, il minuto rimane lo stesso.
Siamo noi che diamo ad esso un’importanza diversa. Ed è proprio questo il bello, siamo noi che attraverso uno stato mentale e delle emozioni riusciamo a cambiare biologicamente e psicologicamente la condizione di “tempo” che è invece qualcosa di statico, assoluto, perpetuo.

In quel minuto possono succedere tante cose…
puoi perdere o prendere il treno che ti porterà dalla persona amata; aiutare qualcuno nel momento in cui ha più bisogno (anche solo con le parole o semplicemente abbracciandolo) oppure far finta di nulla; smarrire il telefono al cui interno ci sono le foto di una vita o tenerlo stretto anche nel “traffico” della metro; baciare una persona e trasformare incredibilmente la sua esistenza oppure non farlo e trasformar tutto lo stesso; creare la bugia che ti porterà a modificare per sempre il rapporto con qualcuno oppure dire la verità; chiedere al proprio principe azzurro o principessa la sua mano, studiare per dare quel benedetto esame oppure non studiare e dedicar tempo ad altro, dire sì ad un amico e fare qualcosa di totalmente insensato oppure dire di no ed evitare una probabile sciocchezza…tante cose.
E non puoi pianificarle, perché dai quale persona sana di mente inizierebbe a pianificare la propria vita minuto per minuto?
Puoi pianificare cosa far domani, tra qualche settimana, il futuro Natale, la prossima estate; ma non cosa fare tra un minuto.

Però nella vita esiste un momento in cui quel minuto si allunga fino a diventar la propria vita; per spiegarmi meglio faccio un esempio random o forse non così random:
sei lì, in ambulatorio, dopo aver fatto delle visite la settimana prima, aspetti il tuo turno e finalmente dopo qualche tempo arriva. Entri, saluti il medico, si inizia a parlare delle varie cose e poi infine arriva il responso finale ed è quello che non ti aspetti, anzi quello che non volevi; hai una male che cambierà per sempre la tua vita ed è così, devi fartene una ragione e anche al più presto.
Oppure può esser totalmente il contrario, sei lì che aspetti, il dottore gira e rigira tutte le carte e il male che pensavi di avere non ce l’hai, avevano sbagliato diagnosi. Si erano affrettati troppo. Ma comunque hai vissuto quel minuto nello stesso modo di chi invece quel male ce l’ha sul serio.
Stesso lasso di tempo, stesse emozioni, stessa sensazione di asfissia, stessi occhi lucidi o mente incasinata…ma finali diversi. O forse no.
Anzi, dopo aver vissuto in prima persona quella situazione e aver vissuto anche per un paio di volte (non direttamente) l’altra, posso affermare che non è così diverso il finale.
Ovviamente non parlo della malattia in sé, ma di ciò che ci gira intorno: la vita. La nostra vita. Il modo in cui viene vissuta quella vita, dal quel minuto in quell’ambulatorio fino alla fine dei nostri giorni. Il modo con cui tutti i minuti, da quel momento in poi, cambiano di significato.

[Inizio del momento di spiegazioni]
Come ho detto prima quella sensazione l’ho vissuta sul serio.
La seconda per intenderci.
Non sto male, fortunatamente non era nulla di grave e per quanto abbia avuto addirittura il tempo di farmene una mezza ragione, del male che avrei dovuto avere, poi tutto è crollato come un castello di carte in una giornata di vento. Dovevo far tante visite, ma niente, falso allarme. Devo esser sincero? Probabilmente è stato uno dei momenti più brutto della mia vita, insieme a quello che descrissi qualche tempo fa sempre sul blog. Ma…sto bene. Davvero, sto bene.
Ed è proprio per questo che ho deciso di non aggiornare più questo sito, almeno per un po’. Mi son preso un periodo di pausa, come feci dopo esser stato in ospedale qualche anno fa. Finì tutto con un anno sabbatico; ora potrei esser laureato ed invece son ancora qui che devo iniziar l’ultimo anno. Perciò anche questa volta (sarà perché ho un rapporto complicato con gli ospedali? Forse) ho deciso di prendere un po’ di tempo. Un lunghissimo minuto di pausa anche su questo blog, come quello che ho preso nella mia vita, essendo questo blog stesso un pezzo della mia vita.
Una pausa per…
Pensare. Riflettere. Organizzar mentalmente i miei pensieri. Respirare. Aver la mente sgombra per un po’. Riempirla allo stesso tempo di tante altre cose. Permettermi di fallire in un esame, perché tanto non mi fregava nulla. Sfogarmi. Piangere. Godermi il tempo. Godermi il nulla. Amare. Staccar la spina. Contemplare ciò che mi circonda. Ricaricarmi.
Sapevo che questa pausa non era qualcosa di interminabile. Sapevo che prima o poi sarei tornato a scrivere su questo sito, ma non sapevo bene di cosa. Di questo episodio che mi è successo? Di altro? Di qualche emozione provata o di un’esperienza vissuta? Non lo sapevo. Avevo bisogno solo di tempo, ma alla fine son ancora qui. Ed ho deciso di parlare proprio di quell’episodio.
Perché?
Semplice, perché è l’insieme di ciò che ho scritto nel blog, fin ad ora. Emozioni, sensazioni, pensieri, problemi, questioni, risposte e non risposte, episodi ed esperienze. La mia vita. Non mi sembrava giusto non parlarne, così come parlarne senza cognizione di causa proprio tornando dall’ospedale.
[Fine momento di spiegazioni]

Come detto prima però, che la risposta sia negativa o positiva, il finale è lo stesso.
Ho visto con i miei stessi occhi che tutte le persone hanno lo stesso stimolo, l’identico fottutissimo stimolo. Prima di un pianto, prima di un sospiro, prima di un urlo, prima di un pugno contro il muro, prima di un sorriso…prima di tutto questo c’è: la vita. La nostra.
Dopo quel minuto, tutti, cambiano il modo di vedere la propria vita. Di programmarla. Di viverla. Di concepirla. Di volerla. Di tenerla a sé con tutte le forze.
Ed è una cosa che se ci penso è proprio strana, in quanto quel modo di volere, trattenere, sperimentare, vivere, godere, concepire la vita…è proprio il modo giusto di farlo; il modo che tutti dovrebbero “avere” in sé fin dalla nascita.
Ma non è così. Fino a quel momento tutti vedono la vita in altro modo, non peggiore o migliore, ma semplicemente diverso o forse meglio dire sbagliato.
Io per mia fortuna, o sfortuna, avevo già avuto una batosta simile (chissà se indovinate il periodo…qualche indizio nel blog l’ho lasciato e lo sto lasciando) e mi ero totalmente scontrato con quel mio modo di concepire la vita.
L’ho preso e l’ho lasciato da parte, cambiando totalmente tutto. Aprendo gli occhi, capendo, conoscendo, ragionando. Di conseguenza ho maturato questo discorso già da qualche tempo.
Pensavo che quella volta ero l’unico ad aver quella cavolo di concezione della vita, così in fondo, sbagliata e che dovevo crescere, che ero stupido, che ero così “ragazzino”, stavo letteralmente gettando la mia vita al vento come se fosse qualcosa di mera importanza.
Mentre ora, dopo quest’ultima esperienza, ho visto come è qualcosa che abbiamo tutti.
Tutti nel DNA abbiamo questa concezione che non ci fa vivere a pieno. Non ci fa assaporare le belle cose della vita, ci tiene legati quasi in modo statico, ci fa credere di crescere mentre non è così. Una convinzione che ci frena ma che allo stesso modo ci fa sentire invincibili quasi fino alla fine. In TV ho spesso sentito questa “fase” attribuita agli adolescenti, mentre non è così. Fa parte di tutti. Tranne di coloro che vengono scontrati bruscamente contro quel muro. Il muro del “male”, inteso come volete voi (malattia, guerra…).
Forse si torna più o meno bambini. Si torna ad avere la stessa loro concezione di vita, in fondo ancor più spericolata di quella degli adolescenti ma in modo totalmente diverso. Perché gli adolescenti attuano meccanismi strani ed alcune volte illogici, mentre i bambini vogliono semplicemente “vivere”, nel senso più pieno del termine.

Ed io perché sto scrivendo tutto questo? Il mio intento è quello di urlare al mondo qualcosa…qualcosa di piccolo ma allo stesso tempo potente. Sento il bisogno di urlar al mondo di dover fare qualcosa: nel nome di chi non ha potuto farlo, di chi lo sta facendo con tutte le sue forte e di noi stessi in primis, che forse non viviamo come dovremmo e che ci dobbiamo dare una nuova possibilità. Un messaggio per chiunque capiti su questo post. Un messaggio che voglio che giri, visto che l’ho maturato e non mi sembra una cosa tanto sbagliata.
Non sono intelligente, non sono scaltro, non sono colto come può esserlo Alberto Angela, non sono sicuramente una delle persone più indicate per dar consigli alle persone, non sono qualcuno di cui tu (chiunque tu sia su questo blog) ti puoi fidare…ma per una volta sento che quello che sto dicendo è giusto. Perciò uso questo scritto, come dissi proprio un anno esatto fa, per mandare un messaggio al mondo. Che poi lo legga 1, 10, 100, 1000 persone…non fa nessuna differenza perché l’importante è che a qualcuno arrivi ciò che ho messo qui nero su bianco, capendo e fidandosi. Non sono semplici parole ottimiste e buone, o forse sì, ma è ciò che penso e ciò che sto facendo della mia vita e spero che qualcuno faccia lo stesso.

Tornando a noi, attraverso questo post voglio semplicemente cercar di far capire alle persone che bisogna vivere la vita davvero.
MA DAVVERO.
Non si può aspettare di esser felici, non si può rinviare un viaggio che si vuol fare solo per qualche assurdo motivo, non ci si può arrendere senza aver prima provato, non si può aver sempre e solo rimpianti, non si può solo piangere sul latte versato, non si può continuare a vivere come vogliono gli altri, non si può sempre sottostare a le regole altrui, non si può sempre aver paura di tutto, non si può continuare a pensare di esser i peggiori in qualunque cosa, non si può sempre dar colpa alla sfortuna, non si può smettere di sorridere solo perché qualcosa è andato storto, non si può dare sempre la colpa agli altri, non si può sempre vivere non cambiando nulla per paura del rischio, non si può rimanere nell’ozio e nella pigrizia.
Non si può aspettar semplicemente che la vita ti serva su un piatto qualche grave sventura, come un male incurabile, per poi capire come davvero si vive la vita.
Bisogna vivere la vita intensamente: viaggia. Lavora. Studia. Ama. Sorridi. Prega. Divertiti. Pensa. Ragiona. Affronta il mondo. Sii coraggioso. Goditi le carezze. Ridi. Combatti. Rialzati. Porta avanti le tue giuste idee. Cambia pensiero se invece ti rendi conto che hai sbagliato. Parla, se senti che devi farlo in quel momento. Piangi. Abbraccia. Sorprenditi. Fermati. Fai dei regali. Arrabbiati se vedi qualcosa di ingiusto. Battiti per i tuoi diritti. Proteggi le persone a te care. Non sentirti solo al mondo. Ricorda ciò che hai perso, che siano persone, animali o cose. Fermati e guardati intorno. Commuoviti per la bellezza di ciò che c’è sulla terra. Non nasconderti. Aiuta. Parla. Sii l’eroe di te stesso o quello di qualcun altro. Goditi il mondo. Leggi. Informati. Esci dal guscio. Rendi felici gli altri. Bacia. Vivi.
VIVI.

Se c’è una cosa che ho imparato e che tutti mi hanno fatto notare (compreso internet, la TV ed i film-telefilm) è che chi sta male, per davvero o chi ha subito qualcosa di davvero spaventoso, come può esser una guerra, alla fine ha sempre una visione ed una concezione della vita migliore della tua. Basta guardare una di quelle persone, sono o non sono più felici (in senso lato, in caso di malattia) di quelli che stanno intorno a loro? Io ho visto alcune persone, come per esempio mio nonno, che avevano quel male, quello che avrei potuto avere io solo che in un altro posto. E per quanto ci pensava, sapeva che da un momento all’altro sarebbe finito tutto, avrebbe lasciato per sempre tutti noi ecc… alla fine comunque era più felice di tutti gli altri. Si godeva la vita, faceva ciò che voleva, diceva ciò che pensava, ragionava, si informava, non si lasciava andare come se fosse già con un piede nella fossa, non si lamentava del nulla, ti diceva “ti voglio bene” anche quando non c’azzeccava nulla con il discorso. Viveva la vita intensamente; come tutti gli altri. Come ho imparato a fare anche io, a mie spese vero perché il male ricevuto non si cancella, ma fortunatamente anche io faccio così. Ho imparato a vivere la vita, spero (non essendone certo), al cento per cento.

Perciò…fai qualcosa, qualunque cosa, ma falla! Vuoi una cosa? Prenditela. Sogni una cosa? Fai di tutto per raggiungerla. Datti degli obbiettivi, raggiungi dei traguardi.
Il minuto è incontrollabile. Instabile. Caotico.
Un momento ci sei e quello dopo potresti non esserci più.
Ed è la cosa più brutta da dire, ma anche la più vera ed è quella che porto nel cuore più di tutte.
Ed è proprio per questo che bisogna vivere la vita a pieno e bisogna godersi tutto fin in fondo.
E tutti dovremmo farlo.
Una vita è fatta di lunghissimi o brevissimi minuti, che possono sconvolgere intere vite, per sempre. Ma noi in primis siamo coloro che possono sconvolgere e dare un senso alla vita. La nostra, quella dei nostri cari, dei nostri vicini di casa o anche di un qualche sconosciuto, con un piccolo gesto o parola in quel piccolo lasso di tempo.

Sta semplicemente a noi cosa farne di questo minuto, del prossimo e di tutti quelli che verranno.
E se posso azzardare un consiglio: VIVIAMO QUEI MINUTI, MA VIVIAMOLI PER DAVVERO.