Perché in fondo un finale accettabile lo meritano tutti, no?

Ascoltare una canzone, nel momento giusto (a seconda dei casi, possiam decidere quanto è giusto o meno il momento), può totalmente cambiarti l’umore.
Può distruggerlo o ricostruirlo.
Un po’ come fanno gli architetti di Extreme Makeover Home Edition.
Solo che la canzone non ci mette una settimana, ma solo 3 o 4 minuti.

Anche incontrare una persona importante, nel momento giusto, può totalmente cambiarti l’umore.

Il peggio, o il meglio, avviene quando incontri nello stesso momento (canonicamente giusto) una persona importante mentre ascolti la canzone. Quella canzone. Quella canzone che ti lega alla suddetta persona o parla di voi.

Ed a me è capitato, proprio l’altro giorno.

Stavo correndo sul molo della mia città (ultimamente ho preso la fissa di andare a correre e far addominali…).
Maglia termica e una tuta. Cuffie nelle orecchie e contapassi-calorie in una tasca del pantalone.

Correvo, respiravo, ascoltavo quella canzone. Canticchiavo le parole, sospiravo, mantenevo il passo.
L’ho percorso tutto, 3 km all’andata.
Son arrivato alla fine. Sempre con quella canzone nelle orecchie.
E proprio lì, prima di tornare indietro, che ho incontrato quella persona importante.
Erano 3 anni che non ci vedevamo.

Incontrarlo è stato fulmineo, intenso e distruttivo. Come una guerra.
Mi son ritrovato lì, da solo, a guardare questa persona mentre il mio cervello pulsava.
Come se stesse mandando un segnale; un po’ come quello che mi arrivò quando iniziai a scrivere questo blog.
Ascoltavo quella canzone, che continuava ad aumentare il carico da novanta che già c’era nell’aria.
Avrei potuto tirare avanti, buttarmi sugli scogli, salutare velocemente ed andare via.

Ma sarebbero state tutte opzioni stupide. Da “senza palle”.
Il percorso che abbiam avuto io e questa persona, da parte mia era finito proprio 3 anni fa, dopo tante cose da dimenticare e altre (poche) da ricordare.
Fare uno di quei gesti sarebbe stato come non aver mai chiuso quel capitolo della mia vita.
Ed io, invece, l’avevo fatto. Finita male, ma l’avevo fatto. Era rimasta un’ultima cosa da fare…ma cosa?

Son rimasto lì, ho salutato e ci siam messi a parlare.

In quei 3 anni era successo di tutto. La mia vita è cambiata, la sua pure. Il mondo ha continuato a girare. La storia a fare il suo corso. Il futuro a diventare presente e poi passato e il futuro lontano è diventato futuro.

In pochissimo tempo tutto quello che sentivo non c’era più.
Stavamo parlando, come due amici di vecchia data che si son rincontrati per caso.
Ed infatti eravamo proprio questo. Probabilmente lo siamo ancora.
E’ stato solo un momento.
Un momento in cui il passato sembrava stesse cercando di riaffiorare ed uscire prepotentemente. Come se il vaso di Pandora fosse stato aperto, così a caso.
Ma non era così.
Quelle sensazioni stavano indicando tutt’altro.

Abbiamo continuato a parlare.
Di noi. Dei nostri nuovi hobby, del nostro lavoro, studio, amore, amici, divertimenti vari.
Tutto normale.
Io sorridevo, parlavo, ci siam rifatti i 3 km insieme, camminando.
Il mio umore non era totalmente cambiato.
Prima ero felice, calmo e “normale”…e lo ero anche in quel momento.
Non mi era mai successo con questa persona accanto a me.
Mi ha sempre provocato tantissime emozioni in passato, molte volte contrastanti, così tanto che volevo abbracciare questa persona ma nello stesso tempo picchiarla a sangue, ma mai “normalità, calma e felicità”.

Tutto quello che mi stava accadendo, tutte quelle sensazioni, stavano dicendo che dovevo fare l’ultimo passo.
Avete presente quando finite di leggere un libro? Bene. Lo si chiude e lo si rimette a posto, no?
Dovevo fare lo stesso con questo capitolo della mia vita.
Era stato chiuso, 3 anni fa, ma doveva ancora esser riposto per sempre nella grande libreria che è la mia vita.
Ed quello era il momento di farlo.

Siamo arrivati alla fine. Di tutto.
Ma anche del molo.
Di nuovo sulla spiaggia. Ci siam salutati, detti le ultime cose sorridendo, ma non troppo. Una stretta di mano ed entrambi con la solita frase: “allora ci sentiamo su facebook, okay?”.
Lui è entrato in macchina ed è andato via. Io ho ripreso a correre.

E proprio mentre correvo…mi son messo a ridere.
Quella frase stava ad indicare ciò che non avremmo mai fatto invece.
Risentirci, intendo.
Non succederà più.
Non è successo per 3 anni e non risuccederà ora.
Quella frase, era solo un modo carino per non dire quell’addio così brutto da sentire.
Ho capito solo in quel momento che quel grandioso capitolo della mia, che avevo chiuso 3 anni fa, era appena stato accantonato. Riposto per sempre, con ordine, nella libreria.

Ed è ciò che dovremmo far tutti.

Dovremmo, dopo aver chiuso quella storia, dare una fine ancora più certa.
Scelta da noi e dal destino o dal cosmo.

Se ci capita di poter fare ciò, dopo aver chiuso definitivamente, non dobbiam scappare, perché è soltanto una possibilità per poter dare un finale dignitoso a qualcosa che non ha avuto la fortuna di averlo.
Perché in fondo un finale accettabile lo meritano tutti, no?
E…via nella grande libreria, insieme alle altre storie già chiuse.
E poi?
E poi dobbiam semplicemente staccarci da quella libreria ancora una volta, come in passato, contemplarla da lontano per qualche secondo e tornare a correre sulla nostra strada.
Sulla strada della nostra vita, sorridendo, come prima…come sempre.

O almeno, io ho fatto questo.

La vita è piena di maschere…

Pirandello ci fece addirittura una teoria sopra questa frase. Una teoria che dipingeva noi tutti come dei grandi e piccoli attori ed il mondo come un grande palcoscenico…e mi piace pensare che egli percepisse l’universo come un bellissimo teatro.
Basta leggere “Uno, Nessuno e Centomila” per capirlo.
Una persona, centomila maschere, nessuna personalità.

Son 21 anni che guardo la vita come se fosse un grande palcoscenico.
Forse è anche per questo che amo incondizionatamente il pensiero e le opere di Pirandello?

La mia anima da attore mi ha sempre portato a vederla così (quanto mi sarebbe piaciuto intraprendere la carriera di attore…alle elementari e alla medie ero sempre il protagonista delle recite; portavo i miei a teatro convincendoli nelle maniere più assurde; alle superiori scelsi di studiare la storia teatrale e ammiravo e ammiro tutt’ora gli attori del cinema come degli dei).

Ed è proprio grazie al nostro premio Nobel che son riuscito meglio a concepire la vita e il mondo.

La vita come palcoscenico; il mondo come teatro che ti offre tutti i mezzi, perfino i più assurdi, per poter realizzare la recita…e noi come attori.
Attori che devono mettere in scena ciò che sono e ciò che hanno dentro, per offrirlo a tutti gli altri attori, che però nella nostra vita son solo spettatori o comparse-aiutanti.

Noi, attori su questo palcoscenico che è la vita, non dobbiamo però indossare maschere. Se non una sola, per tutto lo spettacolo.
Troppo facile indossarle tante. Troppo difficile re-indossarle.

Essere la persona giusta, mascherandosi da “persona giusta” è facile una volta; la seconda non più perché la maschera pesa e non si è più capaci di portarla…ed è lì che poi la “recita” non può più andare avanti e che la magia (e la tua vita) finisce.

E se sei un bravo attore?
Beh puoi esser bravo quanto vuoi e alla fine della fiera puoi aver indossato tutte le maschere possibili, ma quella più importante l’avrai già gettata. Ed era quella che rendeva speciale il tuo spettacolo.
La più importante, sì.
La tua.
Perché noi tutti abbiamo una maschera ed è quella che dice al mondo come siamo, cosa siamo, la nostra personalità. Una maschera che porta le nostre cicatrici e i nostri sorrisi.
Una sorta di prolungamento dell’anima.

Con quale coraggio si può gettare la propria maschera per adottarne altre?
Con questo non dico di non oscurare agli altri parti di noi o della nostra vita come può essere in alcuni casi. Facendo degli esempi banali e lampanti, l’omosessualità quando ancora non ci si sente di rivelarlo al mondo oppure tener nascosta una malattia perché non ancora forti per affrontarla; ma, ciò che intendo io, è di NON mascherare ciò che siamo.

I nostri pregi e i nostri difetti. Quello che ci piace e quello che non ci piace. Ciò che pensiamo e ciò che non fa parte della nostra etica. I nostri valori e i nostri principi. La nostra persona.

Io, per mia grandissima fortuna e forza, non ho mai gettato la mia maschera.
Non ho mai rinunciato a far vedere a tutti la mia personalità.
Non ho mai rinunciato ad essere la persona che sono, nel bene e nel male.
E perché dovrei rinunciare a ciò? Non si può piacere a tutti e non si può essere la persona giusta in ogni momento.

Ed è ciò che dovrebbero far e capire tutti.
Rendere grande la nostra vita con una sola maschera, la nostra. Con un solo palcoscenico. Con una sola recita, da diversi atti. Con un solo protagonista: noi.
Però senza prendersi troppo sul serio, perché tanto siamo sempre noi a decidere.

Alla fin dei conti vale più una recita così, vissuta-amata-goduta fino in fondo, oppure una in cui il protagonista è davvero “uno, nessuno e centomila”?

Domande senza risposta.

Gli stimoli sono una delle cose più importanti del mondo.
Me ne sono accorto solo ora.

Senza di essi, il mondo continuerebbe a girare, ma senza di noi.

Noi. Immobili, statici, passivi. A guardare ciò che ci circonda. Il mondo.
Un po’ come fanno gli osservatori davanti ad un quadro in una galleria o in un museo.
Così, in bilico tra l’esser vivi e il non esserlo. Perché alla fine vivere senza stimoli è come esser già con un piede nella fossa, per dirlo terra terra.

Me ne son reso conto perché proprio ora, in questo momento, mi son trovato con in mano solo con la mia voglia di fare. E niente di più.
Navigo in un mare tempestoso da un mese e poco più ormai e, per esempio, tutti gli stimoli che mi dava l’università ora non li vedo più.
Mi sento come quando un bambino sulla spiaggia, con in mano l’ultima formina da staccare e applicare, si avvicina al castello di sabbia, costruito in precedenza, e lo trova distrutto della forza del mare.

Sembra strano, ma una delle potenze del mondo, della globalizzazione e dell’essere tutti uniti, connessi e vicini seppur lontani fisicamente, è proprio questa:
la forza di donare e ricevere stimoli.

La forza di dare l’input giusto alle persone. Per aprirsi. Per creare. Per fare e disfare. Per rimettersi in gioco, partendo anche da zero, volendo. Per parlare. Per amare.

Sembra una cosa tanto facile, ma non lo è.
Dare l’input giusto ad una persona è come fare un complimento sincero a bassa voce a qualcuno.
E quando dico “un complimento”, intendo uno di quelli che viene da cuore, uno di quelli che ti esce dalla bocca senza pensare, uno di quelli che dici mentre gli occhi tuoi brillano.

Non sai come quella persona la prenderà, non sai se e come risponderà, non sai nemmeno se ha recepito il complimento.
Ma è lì, davanti a lei. A portata di mano. Potrebbe trasformarsi in forza. In voglia di fare. In un’idea. In un pensiero. In un emozione.
A me è successo.
Di fare un complimento a bassa voce, dico.
A un ragazzo, quest’estate, verso l’una di notte.
Non pensavo potesse esser un input, ed invece lo è stato.
E così, dal nulla, tutto si è trasformato. Si è aperto un mondo. Sia per me che per lui.
Infatti son tornato a casa a mattina inoltrata.

Però allo stesso tempo, sembra una cosa tanto difficile, ma non lo è realmente.
Dare l’input giusto ad una persona è come avere la chiave per aprire un nuovo mondo. Basta solo mettere la chiave nella toppa e girare per accedervi.
Una chiave che puoi avere tu, così come tutti gli altri. Siam tutti uguali.
Valiamo tutti allo stesso modo. Tutti possiamo farlo.
Una frase scritta, un gesto, un parola. Qualunque cosa può essere uno stimolo e tutte queste cose possono dare inizio a tantissime emozioni, situazioni, creazioni…

L’unico quesito che mi rimane da tutto ciò è: perché siamo, noi tutti, così restii a dare stimoli al mondo e alle persone che ci circondano? Perché siamo capaci di distruggere ma non di mettere una piccola pietra, per primi, per costruire qualcosa di nuovo? Perché coloro che son i primi incaricati, per forza di cosa/per scelte/per lavoro, a dare al mondo stimoli…poi si trasformano nell’antitesi di ciò che dovrebbero essere, proprio come è successo a me in università?

Sinceramente non lo so.

P.S. Anche questa volta finisco con delle domande a cui non riesco a dare una risposta.
Son sicuro che mi divoreranno l’anima e il cervello.
Ma come al solito non mi sforzerò più di tanto a trovare una risposta perché, se già prima non avevo i soldi per l’analista, ora non ho i soldi manco per pagarmi i libri dell’università. (di male in peggio…)

Un segno del destino…

Aziona play.

Questa è una delle canzone della mia infanzia.
Non so bene come è capitata nella mia vita, o per meglio dire, so benissimo come è entrata nella mia vita ma non so spiegarne il perché.
Questa canzone l’ascoltavo ogni volta che iniziava, molti e molti anni fa, su Canale 5, NonSoloModa. (Ricordo che per l’epoca, per me, guardare quel programma era un traguardo poiché lo facevano sempre ad orari improponibili…)
E in un modo o nell’altro mi ci sono affezionato, incredibilmente.
Che fosse già all’epoca una specie di allarme che preannunciava il mio futuro? Anche perché la traduzione letterale del titolo è “Lotta per il piacere”. Piacere che possiamo intendere anche come passione; quella passione che vogliamo tutti noi far diventare poi un lavoro, come voglio fare io, no? Di conseguenza è perfetta visto che voglio lavorare nel mondo della moda, anche se allora ancor non lo sapevo.

Ogni volta che l’ascoltavo chiudevo gli occhi e iniziavo a tremare.
Anzi no. Erano più dei piccoli brividi, tipo pelle d’oca, avete presente?
Ecco quella sensazione lì.
Sentivo una strana energia entrare nel mio corpo, come succedeva a Billy Elliot quando ballava. E questo mi succede ancora oggi quando la riascolto per caso.
O forse nemmeno così tanto per caso.
All’epoca, con gli occhi congiunti e questa melodia nelle orecchie, rivedevo la mia vita; anche se allora ero poco più che un bimbo. Avevo 8, massimo 9 anni. Ma già vedevo benissimo la mia vita attraverso queste note. Una vita che molto probabilmente un bambino così piccolo non dovrebbe aver vissuto, secondo il mio punto di vista. Vedevo…
La mia corsa contro tutto e tutti.
La mia corsa contro il male che mi provocavano.
Una corsa contro me stesso, forse, e contro i miei stessi sogni che si infrangevano sul mio corpo come schegge di uno specchio già distrutto. Distrutto da me. Distrutto dagli altri.
La mia corsa per arrivare ad una salvezza che vedevo sempre lontana da me, ma che non rinunciavo a raggiungere.
In un certo senso, ascoltando la canzone, vedevo anche il futuro. Sempre io. Sempre in corsa. Sempre lì a vagare per raggiungere quel posto, che speravo di raggiungere per esser almeno una volta felice.

Dopo più di un decennio, (posso sentirmi vecchio pur non essendolo? Si, dai, almeno questa volta concedetemelo questo piccolo “lusso”.) ascolto tuttora questa canzone.
E, chiudendo gli occhi, rivedo ancora una volta la mia vita.
Quella grandiosa corsa che non finiva mai.
Quella corsa che ora o per meglio dire, qualche anno fa, si è fermata. Si, è finita, ma non sono arrivato a quella luce, quell’oasi in mezzo all’oscurità (come la chiamavo io da bimbo), quel punto di salvezza certa.
No.
Sono ancora lì, in mezzo a quella landa, a correre verso un nuovo punto, un nuovo scopo. Verso un nuovo sogno che finalmente ho preso in mano e che ho trasformato, plasmato e adattato a ciò che sono sempre stato.
Quel sogno per cui mi sto battendo. Quel sogno che è diventato il mio punto fermo nella vita. Quel sogno che realizzerò a costo della stessa vita, perché non c’è niente di più giusto e posso fermamente sottoscrivere ciò che ho appena detto.
Questa volta intorno a me c’è solo luce.
Niente oscurità. Niente persone malvagie. Niente odio ingiustificato per ciò che sono e penso. Niente punti certi dove potermi rifugiare dal male del mondo. Niente demoni più grandi di me che mi inseguono.

Ci siamo solo io e gli ostacoli che mi riserverà la vita.
La vita che ho finalmente scelto di vivere all’età di 18 anni, quando decisi di iniettarmi quell’ultima, fottutissima, dose di coraggio (ed in questo momento sto guardando il tatuaggio che rappresenta tutto ciò, lì fermo sul mio polso destro) e fare dietro front. Ancora una volta contro tutti e tutto; ma questa volta di mia spontanea volontà.

Quella vita di cui ero stato spettatore, fino ad allora e che stava magicamente per cambiare, solo grazie a me.

Ora, proprio in questo momento, se riascolto questa melodia mi viene da ridere perché non penso più a tutto ciò che ho detto fin ad ora.
O quanto meno, si ci penso, ma solo in un secondo momento o forse a livello di subconscio; se vogliamo metterla su un piano psicologico. (Visto che ho studiato psicologia, cerchiamo di sfruttare un po’ delle nozioni acquisite negli anni, nah?)

Ora l’ascolto e sorrido. Senza pensare ad altro. A nessun altro.
Sorrido perché…perché…per il perfetto gesto del destino.
Una sola canzone, arrivata così per caso, con così tanti significati e segni nascosti.

Perché il destino, quando vuole giocare, lo fa seriamente e lo fa bene.
E quando scopri il suo gioco puoi solo che meravigliarti, sorridere e goderti la vita.

Gli anni ’90!

Qualche sera fa son uscito per andare a ballare con un paio di mie amiche. Una serata molto carina. Gente a modo, posto splendido, musica bella, cocktail buoni.
Unico problema: chiunque cercava di copulare in tutti i modi. Compreso il barman. Erano tutti a caccia.
Tranne io, ovviamente.
Non sono fidanzato e né tanto meno impegnato, anzi mi piacerebbe anche avere le attenzioni di qualcuno o provarci con una persona…solo che non so minimamente come approcciarmi alle persone e flirtarci.
Ebbene sì, sono una di quelle pochissime persone al mondo che non sanno flirtare, esser sexy e robe così.

Son tornato a casa sconcertato. E da solo (Le mie amiche avevano “acchiappato” per intenderci).
Mi son chiesto tipo almeno un milione di volte il perché, poi l’ho capito.

La ragione per cui ho dei grossi problemi a relazioni con i ragazzi che mi interessano è solo una: sono nato negli anni ’90.

Son nato nel decennio in cui le ragazzine chiedevano “la qualunque” sul Cioè; in cui le appena 16enni erano tutte a “Non è la RAI” e pensavano di diventare le migliori al mondo (finendo poi a fare, come tutti noi, le cassiere all’Esselunga – esente dal discorso la santissima Ambra, che è stata la mia babysitter durante l’infanzia); in cui i cartoni animati erano pieni di personaggi sfortunati, orfani, senza amore; in cui le boyband erano più gaie di un carro del GayPride; in cui Britney Spears e le altre popstar muovevano i primi passi facendo le santarelline per poi trasformarsi completamente.
Nel decennio in cui i miei riferimenti erano: Dawson Leery di Dawson’s Creek e Donna Martin di Beverly Hills 90210.

E soprattutto loro due, più di tutti gli altri, mi hanno dato dei riferimenti completamente sbagliati.

Son cresciuto guardando ed “emulando” due ragazzi, dalle sopracciglia scure e capelli biondi (ed ecco qui perché per tutta l’infanzia ho avuto questo fetish mentale che mi ha portato prima a schiarirmi fino ad avere i capelli arancioni, a 10 anni, ed a decolorarmi poi), che si facevano pippe mentali su tutto (sesso, lavoro, amore…).

Il mio rapportarmi in modo disagiato e goffo con i ragazzi; il mio esser fin troppo romantico; l’aspettarmi qualcosa che forse non arriverà mai; il mio buonismo in campo amoroso; la mia timidezza da bambino; il mio atteggiamento mentale “inizia a prepararti alla legnata che verrà” anche quando per una volta potrebbe andare tutto bene; il farmi mille viaggi mentali su un probabile primo appuntamento con tanto di mano nella mano e poi il primo bacio e poi un primo viaggio insieme (e gnegnegne) tra me e quel ragazzo insieme…E’ TUTTA COLPA LORO.

Posso dire fermamente che loro due mi hanno rovinato la vita.

Ovviamente tutto ciò è ironico, se non riesco ad esser sexy e provarci con qualcuno è tutta colpa mia che ho un carattere strano e non cerco di cambiare; però è divertente come alcuni dei tuoi personaggi preferiti dell’infanzia, hanno poi molto, o comunque qualcosa, in comune con quello che diventerai da adulto.
Forse dovremmo far tesoro proprio di questo e cercare di studiarci al meglio per poter riuscire ad affrontare questi blocchi mentali ed abbattere ogni muro per poter riuscire a fare ogni cosa…o forse no.
Dovremmo semplicemente viverci la nostra vita e smetterla di poter credere di far tutto e soprattutto capire che non tutti possono essere sexy, non tutti possono avere una super forza di volontà, non tutti riescono ad esser dei latin lover e così via.

Probabilmente la mia fine sarà quella di guardarmi in solitudine, alla beata età di 80 anni tra un bicchiere di vodka nella mano destra e la mia autobiografia (pubblicata) nella sinistra, vecchie serie tv come Will&Grace e film di Fellini, Cronenberg e De Sica (Vittorio, of course), accerchiato da serpenti e pesci rossi (non gatti, perché sennò poi son troppo mainstream).

P.S. Questo è uno sclero scritto così, di getto, in 10 minuti. Non ha senso di esistere…oppure si. Non lo so.

Le piccole cose non sono poi così piccole per tutti.

“La mia vita è monotona, non succede mai nulla di che. Beati i vip che hanno una vita così piena di eventi!”

Ho detto e pensato, chissà quante volte nella mia vita, questa frase.
Non ero mai contento della mia vita.
O meglio, ogni volta che mi veniva chiesto della mia vita non trovavo mai niente di così eclatante da dire. Così anche i miei amici. E forse anche voi (1, 20, 60 o 1000) che state leggendo questo post.

Sempre lì ad aspettare qualcosa di “eclatante ed eccitante”, come direbbe mio fratello, da poter poi raccontare.
Ma niente.

Ieri son uscito con un ragazzo che ho conosciuto una settimana fa.

Come l’ho conosciuto: Stavo accompagnando il mio miglior amico a prendere il traghetto per tornare a casa.
Questo ragazzo, poco più giovane di me, si è avvicinato a noi e ci ha chiesto una sigaretta. Gliel’abbiamo offerta ed è tornato alla sua bicicletta (nel mentre io pensavo “Oh ma quanto è carino…”, come al solito se non prendo 4 cotte al giorno non sono io).
Mentre aspettavo che il ferro vecchio arrivasse all’altra sponda portando il mio amico sano e salvo, questo ragazzo, Alex si chiama, ha iniziato a parlare con me.
Una parola tira l’altra, qualche silenzio imbarazzante, una sana risata insieme e dopo 30 minuti ci siam scambiati il numero di telefono.

Bene, dopo questo re-cape delle puntate precedenti, posso finalmente tornare a noi.
Ieri sera mi ha chiesto di uscire per andare a bere qualcosa insieme. Così per passare la serata ed io, invece eclissare l’invito e studiare, ho accettato.
Tempo di farmi una doccia, vestirmi e son uscito con lui.
Siam andati in un pub e ci siam presi un paio di cocktail.

Dopo esserci seduti ed esserci scambiati un paio di occhiate timide, abbiam iniziato a parlare della nostra vita. Tanto com’è che si dice? Raccontare la propria esistenza ad un estraneo è sempre più facile, no?

Non ci conoscevamo. Le uniche cose che sapevamo dell’altro eran: nome, numero di telefono e qualche scemenza detta su whatsapp nei giorni prima.
(Si vabbè io sapevo anche il suo cognome e qualcos’altro visto che avevo scoperto un paio di giorni prima, per caso, il suo profilo Facebook. Ma vabbè non siamo qui a discutere di “chi sapeva cosa”)

Siam stati più o meno 180 minuti insieme e non siam stati nemmeno un secondo in silenzio.
Avevamo sempre qualcosa da dire. Un aneddoto divertente; un ricordo d’infanzia; un nostro piccolo segreto; qualche storiella accaduta poco tempo prima
Siam riusciti a non far annoiare l’altro, raccontando perfino le cose che a me sembran le più superflue.

L’unica cosa è che a lui non sembravano per niente superflue.
Mi ascoltava.
Quel mio racconto, quella mia storia, quel mio aneddoto…avevano tutti la stessa valenza. Così come per me quei suoi ricordi, fatti ed episodi eran tutti ugualmente importanti.

Tornato a casa, dopo essermi svestito e messo nel letto, ho ripensato alla serata trascorsa.
Mi son reso conto che seppur mi son sempre, più o meno, lamentato della monotonia della mia vita…alla fine non è per nulla tediosa e ripetitiva, se vista dagli occhi di uno sconosciuto.
Le mie scemenze dette in infanzia, i concerti, i miei 3 mesi in ospedale, il pianto dopo l’esame di maturità, il mio percorso universitario, i miei hobby, l’esser la “pecora nera della famiglia”, i viaggi (cose random dette così per fare degli esempi)…alla fine, per lui e per gli altri, son comunque tutti fatti importanti, piccole cose è vero, ma comunque importanti.

Son proprio queste cose minuscole, che noi non vediamo o facciamo finta di non vedere, che ci rendono così come siamo. Così speciali come siamo.
In fondo, senza tutti gli aneddoti, episodi e fatterelli vari (divertenti e non), non saremmo così.
Agli occhi degli altri, anche la cosa che può sembrare a noi più stupida, in verità ha un gran peso.

Di conseguenza la prossima volta, io in primis, prima di dire: “La mia vita è monotona, non succede mai nulla di che. Beati i vip che hanno una vita così piena di eventi!” guardiamo davvero da quanti fatti è composta la nostra vita.
Prendendo in considerazione perfino i più piccoli e sciocchi.
Guardiamoli come se facessero parte della vita di un altro, di uno sconosciuto.
Solo allora capiremo che tutto sommato la nostra vita non è quel concentrato di monotonia, ripetitività e noia che tanto andiamo millantando.

P.S. Lo so, scrivo un post ogni morte di papa, ma sono in vacanza (a godermi quest’ultimo sprazzo d’estate) e sto preparando un esame universitario. Giuro che con l’arrivo del nuovo anno accademico sarò puntuale e scriverò di più. Promesso.

Because I’m Happy.

15 Agosto.
(Si, lo so, oggi è il 18, ma in questi giorni non ho avuto la connessione internet di conseguenza non ho potuto aggiornare il blog in tempo.)
L’assunzione di Maria, per alcuni; Ferragosto, una delle feste migliori da passare in Riviera Romagnola (dove abito), per tutti gli altri.

Oggi è anche l’onomastico di mia mamma. Si chiama Assunta ma da tutti si fa chiamare Susy.
Se viene a sapere che lo sto dicendo pubblicamente su questo blog mi uccide, ma non lo saprà mai, spero.

Una delle cose che odiamo di più, io e mia mamma, è il giorno del nostro onomastico.
Entrambi odiamo il nostro nome. O meglio, lei lo odia ancora io invece ormai non più, però odio quel giorno per altri motivi più o meno oscuri.
Siamo figli della stessa stupidissima tradizione del sud.
Quella di mettere, al primogenito, lo stesso nome del nonno/nonna paterno/a per intenderci.

Guardandola rispondere al telefono almeno una quarantina di volte nel giro di qualche ora con la sua aria prima arrabbiata, poi avvilita ed infine triste mi ha portato a ricordare quando io stesso lo facevo qualche anno prima.
Ecco, qualche anno prima. Questo è il fulcro di tutto.
Come mai son cambiato?

Mi sono chiesto cosa mi fosse successo in questi anni dopo aver puntato i piedi per non ricevere più telefonate ed aver così minacciato l’intera famiglia.
Come mai, inizialmente odiassi a morte il mio nome e poi così, pian piano, son arrivato in un certo senso ad amarlo.
Mi son guardato allo specchio ed ho ripensato alla mia intera vita.
Perché il mio nome, Felice per chi se lo stesse chiedendo (potete chiamarmi Felix), mi ha portato a questo?

Per via di questo nome, la mia intera vita è stata, ma lo è ancora, costellata di battutine stupide e risatine ogni qualvolta mi chiamavano; di sicuro per un bimbo della materna-elementari o perfino delle medie non era proprio la cosa più bella del mondo.
Poi se vogliam metterci anche che il mio cognome, che sempre per chi se lo stesse chiedendo è: Russo che insieme al mio nome crea ancora più battutine, la cosa non può che peggiorare.
Tutta la vita, oltre agli altri sfottò (su altre piccole e/o grandi cose che non sto qui a raccontare), dovevo subire pure prese in giro sul mio nome.
Per me era una cosa inconcepibile.
Per quale motivo io dovevo avere un nome così strano e gli altri invece nomi normali come Giulio, Federico, Francesco, Nicola, Matteo, Luca o Lorenzo?

Poi, pian piano crescendo, essendo io una sottospecie di alieno (come di solito mi definisco) con un carattere assai strano, ho capito che forse questo nome non era una condanna.
O quanto meno, gli altri potevano trovarlo una condanna, ma io potevo far qualcosa e trovare i lati positivi della cosa.
Di conseguenza ci ho provato. Ho voluto dare una chance a questo nome.

Nel giro di qualche anno ho trovato un bel po’ di “pro”, che anche se non potevano cancellare gli anni di sfottò, davano comunque un senso al mio nome e mi davano la voglia di urlarlo al mondo.
Quali sono questi “pro”?
1) Sono l’unico della mia città ad avere questo nome, e nel bene o nel male, qui tutti mi conoscono. Io son un gran egocentrico, di conseguenza per me questa è una cosa positiva.
2) E’ un nome strano perciò quando mi presento, di solito, son quello che viene ricordato per primo.
3) Son una persona che fa di tutto pur di far ridere gli altri. Son goffo, sempre allegro, alcune volte stupido ed irruento; ma cerco sempre di portare un sorriso agli altri. Penso che sorridere sia una delle cose più belle del mondo e sorridere cambia totalmente le sorti di una giornata, di conseguenza perché non farlo?! Se posso dar una mano in questo, ben volentieri. (Questo me l’hanno fatto notare i miei compagni di università)
4) Il mio nome indica la felicità, che in un certo senso, è una delle cose che mi contraddistingue. Poche volte, le persone a me vicine, mi hanno visto piangere o totalmente triste-depresso. Anche quando devo dire qualcosa di importante, cerco sempre di farlo con il sorriso. Pure quando son stato per un po’ di tempo all’ospedale, non ho mai perso la voglia di sorridere perché…beh perché il mio corpo e la mia mente mi dicono di sorridere ogni 5 minuti, perciò lo faccio.
5) Grazie a questo mio nome son riuscito a trovato un nome d’arte (se così possiamo definirlo) che amo ed uso ormai da 7 anni.
6) Potrei dire altri motivi, ma questo post non è fatto per elencare tutti i pro, di conseguenza mi fermo qui.

Ed ecco qui: che quel nome che trovavo così stupido, così “pesante e vecchio”, così tanto strano…è diventato alla fine qualcosa che dice molto di me. Qualcosa che dà ancora più senso alla mia esistenza. Qualcosa che mi contraddistingue. Un piccolo marchio o segno personale.
Quel nome che tanto odiavo è ora parte di me.

Alla fine penso che questo sia avvenuto perché l’odiavo a tal punto che quando ho cercato di dargli una chance, ho trovato cose positive anche in quelle negative. Ho capito che quel particolare che tutti trovavano brutto/strano/buffo era, alla fine, parte di me e molti se non tutti mi riconoscevano anche per quello. Di conseguenza se era così tanto “importante” vuol dire che un senso ce l’aveva.

E questo lo dico proprio perché per moltissime persone quel colore di capelli/pelle strano oppure quel nome così anormale o quell’accento buffo, o chissà quanti altri particolari, possono sembrare delle condanne ma alla fine basta solo guardare quella cosa, che ci pesa tanto, sotto una luce diversa ed ecco lì che tutto cambia…e quel fatto tanto odiato si trasforma magicamente in qualcosa di importante per noi.
Ovviamente non vale per tutto e tutti, ma se il destino ci ha dato questa cosa forse un perché ce l’ha ed è nostro compito scoprirlo, apprezzarlo più degli altri e farlo nostro, perché la nostra esistenza avrà ulteriore senso anche grazie a questo piccolo ma grande particolare.

P.S. Qualcuno potrà dire che è una cosa stupida far questo mega ragionamento solo per un nome. E’ vero, anche mio padre non lo capisce, ma solo chi ha un nome fuori dal comune (o chi è più “sensibile” degli altri) può capire ciò che ho detto.

Imprevisti?

Ero su Facebook, qualche minuto fa ed una delle mie compagne di università ha pubblicato un post di Repubblica.
Era uno scritto sulla moda. Ovviamente.
Facendo una facoltà di lettere con indirizzo moda, cosa volevo trovar condiviso?
Parlava di scarpe con il tacco removibile.
In poche parole scarpe che all’occorrenza diventano ballerine semplicemente staccando con una mano il tacco.
Bellissima idea, certo d’impatto e sicuramente ottima dal punto di vista del confort per tutte quelle donne che non hanno tempo di portare più di un paio di scarpe dietro con se e che per il lavoro vogliono qualcosa di comodo ma comunque alla moda, come una ballerina, ma che poi all’occorrenza si trasforma in sensualissima scarpa con il tacco per una serata improvvisa o per un aperitivo.

Bene, guardandole ho pensato: questo risolve uno dei problemi fashion che affligge le donne moderne. Ma non è che sotto questa invenzione…si nasconde altro?

Si. C’è dell’altro.
Il nostro nuovo modo di vivere. Frenetico. Assurdo. Inimmaginabile.
Tutti vogliono essere giusti nel momento giusto, con l’abbigliamento e i discorsi giusti. 

Nessuno fuori posto.
Non puoi mica essere una donna che va con un paio di ballerine da giorno ad un aperitivo.
Si sente il bisogno di avere sempre una giornata piena.
Lavoro, amici, casa, amore, famiglia e divertimento.
Tutto nella stessa giornata e tutto deve essere perfettamente stipato nell’agenda. Nessun accavallamento, nessuna sorpresa, nessuna improvvisata. E se succede? Beh dobbiam esser pronti.  Pronti a tutto quello che ci può accadere. Non possiamo esser vestiti male, non possiamo non avere argomenti, non possiamo passare come il “fuori posto”, non possiamo perdere questa gara a chi arriva per primo ad avere tutto prima dei 30/40 anni.

Ma, io mi chiedo, perché questo? Perché ci siam ridotti ad essere una specie di automi tutti uguali? Perché dobbiam avere necessariamente discorsi per tutte le occasioni? Perché esser perfettamente vestiti anche quando ci si trova davanti ad un imprevisto? Perché dobbiam per forza essere la persona di punta in tutte le situazioni? E soprattutto perché non possiamo vivere “l’inatteso” come qualcosa che può semplicemente cambiarci la giornata, forse in meglio, e perché non possiamo vivere con più calma e dividere le cose senza che il divertimento, l’amore, il lavoro e gli amici si trovino tutti nella stessa giornata dell’agenda?

E’ vero, ora siamo 7 miliardi sulla faccia della terra e non tutti possono arrivare in cima ai propri sogni, ma non penso che essere sempre perfetti e preparati per tutto possa giovare a questa scalata verso il proprio successo.
L’imprevisto è sulla strada di tutti e nessuno è preparato, qualunque esso possa essere. Di conseguenza la scalata la si può continuare solo se si riesce a trasformare quell’imprevisto in qualcosa di nuovo, di bello, un’esperienza da cui trarre informazioni, forza e “nutrimento”.

E poi cosa c’è di male ad essere, per una volta, preda di un imprevisto (tipo: un appuntamento lampo con la persona che ci piace, l’invito ad una festa di qualche amico, una serata in discoteca con un proprio fratello/sorella/cugino…), cosa c’è di male nel non essere per una sera al centro dell’attenzione di tutto e tutti e godersi semplicemente un po’ di calma, cosa c’è di male ad essere quello non vestito perfettamente? Non c’è niente di male, ecco il bello.

E sapete una cosa? Io voglio essere preda dell’imprevisto e godermelo. Voglio essere la persona vestita, non convenzionale a tutte le altre, della serata. Voglio essere il “ragazzo da parete” e godermi la pace. Voglio non avere argomenti a quell’appuntamento (per esempio) e arrossire semplicemente davanti a quella persona.
Voglio vivermi la vita.

E forse dovrebbero farlo, un po’, anche gli altri.

I came in like a wrecking ball…

Si chiama Ornela.
Si con una l.
Me l’ha detto un giorno ed io come mio solito l’ho subito dimenticato.
Poi me l’ha detto di nuovo, una sera. La sera più divertente del mio primo anno universitario.
31 Ottobre. Halloween.
Dovevamo uscire, far festa. Ci siam creati tra noi, quelli seduti vicini durante l’area progetto di “Informatica per la Moda”, un gruppetto ed abbiam deciso di uscire.
La conoscevo poco ma ci siam trovati subito bene. Parlavamo, ballavamo, ridevamo. Mi son immediatamente innamorato del suo sorriso. Si capiva che ci stavamo simpatici, l’ho perfino accompagnata fino a casa con l’amico che mi ospitava quella notte per esser sicuri che non le accadesse niente.
E proprio da quel momento, il suo nome ho iniziato a ricordalo.

Da lì poi è stato un crescendo.
L’ho conosciuta sempre di più, sempre meglio.
E solo ora, alle 4:45 di Martedì 29/07/2014, sono arrivato ad una conclusione, anche se di conclusione non si tratta:

Ho capito che, Ornela, è una delle persone migliori che mi siano mai capitate nella vita. Un angelo mascherato da persona; come dice mia nonna.

Avete presente quelle persone che tu guardi e brillano di luce propria per qualche strano motivo? Che quando sorridono fanno diventare tutto migliore? Che senti di dover proteggere dal male del mondo? Una persona così speciale che te ne accorgi solo dopo un po’ di tempo che è davvero speciale, perché non è così solo fuori, ma anche dentro?

Ecco, quella è Ornela.

Il rapporto è andato costruendosi pian piano. Tra una pausa caffè e un pranzo al ristorante davanti alla facoltà, tra uno studio di gruppo e una corsa da un’aula all’altra.
Ma non così piano come si può pensare. Alla fine io l’ho conosciuta solo 9 mesi fa (allora la mia conclusione la possiamo considerare una specie di gravidanza con parto…?).

Avevamo qualcosa dentro. Qualcosa che ci gridava di conoscerci meglio. O almeno dentro di me questo sentivo. Sentivo di dover far entrare quella piccola donna nella mia vita.
Ed infatti ogni volta che parlavamo trovavamo qualcosa in comune:
la passione per la moda, il mese di nascita, il sogno di poter lavorare come giornalisti di moda in futuro, la musica di Miley Cyrus, la stessa scelta degli esami opzionali, i ragazzi (fatemela passare una cavolata ogni tanto) e tante altre cose che non dirò perché alla fine il bello del nostro rapporto è anche questo, sappiamo piccole cose di noi che sanno in pochissimi altri.

Ogni volta che parlavo con lei mi sentivo meglio. Ero contento. Sentivo di aver fatto la cosa giusta e notavo che lei era la persona giusta.

Di lei però, fin dal primo giorno, ho notato un’altra cosa. La sua purezza.
La purezza dei suoi movimenti, del suo pensiero, delle sue emozioni.
E strano ma capisci subito a cosa sta pensando; che cosa vuole fare, se hai esagerato, se è di buon umore oppure no.
Capisci pure quando è sul serio felice di vederti.
Ed è questa una delle cose più belle di lei.
Vederla in stazione, di prima mattina, con quel suo super sorriso ad aspettarmi a braccia aperte e capire che è seriamente felice di vederti…
Una delle sensazioni più belle del mondo.
A chi non piace ricevere una piccola dose di felicità e amore a prima mattina?! Eh.

Ma non solo, oltre ad essere pura, ha anche un’altra gran capacità. Quella di star davanti a te per lasciarti parlare e sfogare. Tu le puoi dire quello che vuoi, lei ti ascolterà. E poi ti dirà la sua, se capisce che stai cercando un consiglio oppure sta zitta e se è il caso ti conforta oppure sfoggia uno dei suoi meravigliosi sorrisi.
Quante ne ha dovute ascoltare…e quanti consigli mi ha dato.
Ha dovuto pure subirsi un me in piena crisi esistenziale di prima mattina. E sinceramente se è riuscita a sopportare quella parte di me senza mandarmi a quel paese, allora significa che è davvero così speciale come dico.

L’ho vista in tutte le salse. Felice per un bel voto, in ansia pre-esame, in crisi da “quella materia di me**a non la darò mai perché la odio!”, triste quando parlava del suo miglior amico lontano da lei (abita a Londra ora), sconsolata per via della lontananza di casa, annoiata dalla lezione, esaltata dai programmi trash (che tanto amiamo) e super esaltata per via del concerto di Miley.
Ed è proprio facendo un re-cape mentale di tutto ciò che ho capito un’altra cosa.
Mi manca. Lei ora è tornata a casa sua e mi manca da morire. Mi manca la sua voce e il suo sorriso. Mi mancano i suoi grazie dopo averla aiutata. I suoi abbracci. I nostri momenti stupidi. Le nostre chiacchierate. Mangiare il gelato insieme.

Avete presente quando senti una parte di te che stranamente non c’è? Quando pensi ad una persona e ti viene quel sorriso allegro e sincero ma allo stesso tempo triste? Quando ti batte il cuore pensando a quella persona e ti viene da battere i piedi per terra? Quando conti i giorni che ti dividono dalla prossima volta in cui vedrai, quella persona?

Ecco io sono ufficialmente in quella fase.
E proprio per questo mi son messo a rileggere un paio di nostri messaggi su Whatsapp.
Leggendo leggendo, mi son imbattuto in ciò che mi ha inviato per il mio compleanno.
Ha scritto: “Sei uno dei regali più belli che questa università mi ha fatto, apparentemente siamo così diversi ma con gli stessi sogni in tasca…ci conoscevamo da poco e una sera su FB ti ho detto “felice di nome e di fatto perché rendi felici le persone…” con me più che con chiunque altro questo è vero, mi hai sopportato e abbiamo riso tanto assieme. Ti auguro il meglio amore, che la tua vita sia sempre in discesa libera verso la felicità e se a volte trovi qualche salita ti auguro di trovare la forza di superarle…buon compleanno amore, scusa del papiro ma te lo meriti tutto ❤ ti voglio bene”.
E rileggendo questo messaggio mi sono messo a piangere. (sono un maschio e piango. E non ho nessun problema a dirlo al mondo intero.)
Mi manca e proprio in questo momento di sentimentalismo, dopo aver sprecato qualche bel fazzolettino a fin di bene, son andato sul sito di Trenitalia ed ho comprato due biglietti.
Andrò a trovarla. Non riuscirò ad aspettare fino alla fine di Settembre per rivederla.

Prima di iniziare l’università speravo di trovare una persona come lei. Simile a me ma non troppo. Con i miei stessi sogni. Che mi capisse. Qualcuno con cui avere una competizione positiva quando finirà l’università. Qualcuno che mi accompagnasse per questo mio percorso e che mi restasse accanto anche in quello dopo. Qualcuno da proteggere, qualcuno da far sorridere e rendere felice, qualcuno che potesse vedere le mie lacrime, qualcuno che mi doni amore puro al mattino, qualcuno che prenda a calci in faccia per liberarsi di me e dai miei abbracci, qualcuno che mi volesse bene, qualcuno che mi facesse sentire accettato come hanno fatto pochissime altre persone nella vita, qualcuno di così puro che ti fa sentire un “piccolo diavolo”, qualcuno di così speciale che non ti fa essere invidioso di lei ma ti fa fare di tutto pur di essere speciale almeno la metà di lei.

Bene, visto che non so come finire questo post, ho deciso che metterò una nostra foto.
Una foto che conservo nel cuore. Una foto che terrò per sempre con me ovunque andrò. Per ricordarmi di quel momento. Di lei. Del bene che provo per lei e che lei prova per me.

Morale del papiello (sempre come dice mia nonna): tutto questo l’ho raccontato, per un motivo. Quale? Perché NOI TUTTI, si anche tu che leggi questo post, dobbiamo aguzzare la vista.
Gli angeli vestiti da persone si nascondono ovunque. Sta a noi farli entrare, in un modo o nell’altro nelle nostre vite, per farcele sconvolgere. Possono essere: quella ragazza sempre in disparte che fa parte della classe, quell’hostess sorridente sull’aereo che ti sta portando verso una nuova vita, quella commessa gentile del supermercato sotto casa, la barista simpatica del tuo bar preferito, il ragazzo carino che ti dà ripetizioni, il tuo amorevole vicino di casa…chiunque.
Di conseguenza in qualunque momento, qualunque cosa tu stai facendo: aguzza la vista.

A star.

Ieri notte non sapevo cosa fare, di sonno non ne avevo causa una litigata con un paio di persone della mia famiglia (non trovano concepibile il mio corso di laurea e il mio scopo nella vita; non capiscono il mio voler diventare giornalista).
Guardo il pc, lo accendo e girando nella rete internettiana capito su Omegle.
Ho pensato: “Beh non avendo niente da fare…posso passare un po’ di tempo a chattare con qualche sconosciuto. Peggio di così non può di sicuro andare!”
Nel frattempo ho iniziato ad ascoltare questa canzone: 

Mi collego ed il primo sconosciuto che trovo è un ragazzo.
17 anni, di Alghero.
Inizialmente mi scrive in inglese, poi capisce che sono italiano e perciò iniziamo a parlare del più e del meno. Università-liceo, come abbiam passato la giornata, come stiamo…cose di routine.
Entriamo subito in sintonia.
Io avvio un argomento e lui subito risponde. Lui ne introduce un altro ed io rispondo.
Nel giro di quasi un’ora abbiam parlato di cosa voglio fare nella vita e di cosa vuole fare lui nella sua, della mia facoltà, delle sue battaglie contro l’omofobia (lui è etero), di come vuole trasferirsi a Bologna per la sua passione: i tatuaggi.
Poi possiamo alla politica. Anche lì, dove ti aspetti che un ragazzo di 17 anni possa cadere in fallo, ne sa molto più dei suoi coetanei.
Mi coinvolge nelle sue idee, mi piace come ne parla, mi fa capire le sue intenzioni e come vuole risolvere alcune questioni.
Mi rendo conto che sono venuto a scontrarmi con un ragazzo diverso da moltissimi della sua età, che si sente così diverso (anche se in modo buono), che poi tutti scambiano lui e le sue idee per qualcosa di malvagio e da combattere. Una specie di alieno.
Un ragazzo che in qualche modo mi ricorda qualcosa, me, forse.
Stesse battaglie, stesso modo di vivere e anche di scrivere più o meno, lui come secondo sogno ha quello che per me è il primo (diventare giornalista), stessa passione per i tatuaggi (anche se io non voglio farne un lavoro).
Pensare, conosciamo anche lo stesso studio tattoo di Bologna. (Ed io ne conosco solo uno, questo è un piccolo segno)
Continuiamo a parlare, sempre di politica mischiandola a noi e ciò che siamo.
Continua a farmi entrare nelle sue idee, nel suo mondo. Senza paura. Capisce che di me si può fidare. Dice che mi invidia per come, senza rimorso e con coraggio, ho detto a tutti della mia omosessualità e di come la vivo senza problemi (dopo aver raccontato un paio di cose su questo).
Passiamo a parlare del neo fascismo, della Russia e dei suoi ultimi disagi, della Palestina.
Più parla e più io rimango estasiato da come scrive e da come pensa.
Forse, se non riesce a diventare tatuatore, giornalista lo diventa di sicuro.
Lui mi ringrazia perché lo ascolto.
Poi arriviamo ad un punto, parlando del più e del meno, dopo tanti argomenti, mi dice che è un punk. Qui capisco che allora non è un caso.
17 anni. Chiuso in una città che non ama particolarmente. Che si batte per l’omofobia, che ha un sogno e vuole cambiare città per quello, che vuole la libertà, che vuole crescere per catapultarsi subito nel mondo degli adulti, con una passione nel parlare delle sue idee fidandosi degli sconosciuti, che ama la musica, che ama l’alcool senza però mettere in pericolo la sua vita o quella degli altri, che adora dirti la sua senza problemi su tutto quello che gli capita a tiro, con una passione per il punk, per la storia e la politica.
Beh allora in quel momento ho capito che quel ragazzo somigliava particolarmente all’adolescente che sono stato. Forse è questo il segreto della nostra sintonia quasi perfetta.
Finiamo di parlare. Lui deve andare a dormire e forse anche io. Son quasi le 4 di mattina.
Avevamo iniziato a parlare qualche ora prima.
Prima di congedarmi gli lascio la mia email. Così, per non perdere i contatti.
Lui mi dice che son intelligente e io gli dico che è un ragazzo speciale e che parlerò di lui quando gli adulti diranno che tutti i 17enni son stupidi. Lui mi ringrazia e mi dice che gli è piaciuto parlare con me, io faccio lo stesso. Mi dice che mi scriverà prossimamente. Ci ringraziamo per varie cose. Poi lui mi dice che quando vedrò un 17enne battersi in qualche manifestazione contro l’omofobia allora devo pensare a lui. (E lo farò.) Ed io gli ho risposto che se vede, sempre lì, un 21enne che non dimostra minimamente l’età che ha allora deve pensare a me. Ci congediamo con un buonanotte e chiudiamo il computer.

Vado a letto. Inizio a pensarci. A me e lui.
Mi rendo conto che mi son scontrato nuovamente con una persona che, anche se piccola visto la sua età, ha già molto da raccontare e da dire. Una di quelle persone che danno un senso al mio sogno.
In quelle ore è riuscita perfettamente ad incarnare ciò che stavo cercando. Qualcuno che mi facesse capire che ho ragione a fregarmene di tutti e continuare per la mia strada.
Quando mi chiedono lo scopo che ho nella mia vita io rispondo: “raccontare la vita degli altri. Raccontare le persone, le loro idee, le loro storie, le loro pazzie e i loro pensieri. Anche le loro emozioni. Tutto ciò che ruota intorno a ciò che sono e fanno. Il loro lavoro. Non voglio raccontare quello che tutti conoscono, ma ciò che sta dietro a quella suddetta persona, scavare nel suo passato e nel suo essere. Raccontare ciò che solo io, in quel preciso momento, posso raccontare.”
E questo ragazzo mi ha permesso di fare tutto ciò senza nemmeno chiederglielo. Così, di punto in bianco, si è fidato del primo sconosciuto che è passato per quella chat. E a quello sconosciuto ha dato un esempio in più da portare quando gli chiederanno “perché stai facendo tutto questo? I giornalisti non fanno questo. Tu vivi in un mondo a parte!!”. A quello sconosciuto hai dato un motivo in più per rendere quel sogno…il suo sogno.

In tutto questo però io e questo ragazzo non ci siamo nemmeno chiesti “come ti chiami?”, ma visto che non voglio nominarlo “sconosciuto”, lo chiamerò “Ren”.
Grazie Ren. Grazie di cuore.

P.S. ricorda che mi devi un’intervista. E anche un tatuaggio.