“Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare.”

Ho una brutta abitudine.
Quella di fotografare tutto. E quando dico tutto intendo proprio tutto.
Da quando i miei genitori mi hanno regalato uno smartphone, con una potente fotocamera integrata, ho preso questa mania.
Durante tutta la mia vita non ho mai amato particolarmente la fotografia.
O per meglio dire non l’ho mai amata perché mi trovavo, in un modo o nell’altro, sempre davanti all’obbiettivo e mai dietro. Mi sentivo molto a disagio…cosa che però ora succede meno.

Poi pian piano ho scoperto anche questo nuovo lato della fotografia.
Io dietro a far da sceneggiatore alle cose.
Vedere tutto con un occhio diverso.
Non essere il protagonista di tutto, ma esserne per una volta lo spettatore e allo stesso tempo colui che può però cogliere l’attimo, il regista.

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Ai fin dei conti non è un’operazione così complessa.
Premi un bottoncino o clicchi sullo schermo e via.
Però per quanto possa essere semplice, non lo è affatto.
Fotografare è probabilmente una delle cose più difficili del mondo.
Devi capire subito che l’attimo è quello giusto. Devi esser veloce ma allo stesso tempo delicato come un fantasma, perché in quell’attimo che stai fotografando non ci devi esser tu e non si deve sentire la tua presenza; ma ci deve essere il tuo marchio. Devi raccontare qualcosa, una storia, senza però farlo davvero. Devi essere creativo, ma allo stesso tempo farti ispirare dalla natura. Devi essere intelligente da capire cosa va e cosa non va fotografato e devi inoltre capire e captare le piccole cose che possono rendere la fotografia qualcosa di spettacolare.

Però a differenza dei veri fotografi, che ammiro e stimo e amo, io non lo faccio per creare un’opera d’arte né tantomeno per fare mostre o libri e nemmeno per averne un ricavo economico.

Il mio approccio alla fotografia è totalmente diverso. Non è nemmeno per passione, se così può sembrare. E non posso minimamente dire che le mie foto siano belle o artistiche, tanto non è quello il mio scopo.

Ho una bellissima abitudine.
Quella di fotografare tutto. E quando dico tutto intendo proprio tutto.
Non è tanto un hobby o un futuro lavoro, ma è un’esigenza.
Hai presente quando senti di dover per forza fare qualcosa a tutti i costi perché sia il cuore che la mente dicono quello? Ecco, succede lo stesso, con me, con la fotografia.
Non capisco bene quando è nata questa esigenza, in passato non l’avevo.
Però conosco perfettamente il perché: per ricordare.

Io son un tipo che non ha paura di tante cose, per esempio non ho minimamente paura di morire.
Però una delle cose che mi spaventa di più nella vita e che secondo il mio parere è 100 volte più brutta della morte…è l’Alzheimer o comunque perdere la memoria in generale, che sia per una malattia o per un incidente o per un complesso meccanismo del cervello che verrà attivato dall’ansia e da qualcosa di catastrofico.
La cosa che mi spaventa di più è perdere la memoria, sì.

Ho scoperto con il passare degli anni che, il mio piccolo cervello, ha un “potere”…quello di ricordare qualcosa, anche di molto molto lontano, attraverso la fotografia.
Guardo una fotografia e mi vengono in mente le sensazioni che provai in quel momento, il momento stesso, perché fotografai o venni fotografato, dove ero e con chi ero e perché ero lì.
Non capisco come il mio cervello possa fare una cosa così tanto complessa, visto che poi non riesce nemmeno a risolvere una disequazione semplice, però ci riesce e da quel momento ho capito che fotografare è un’esigenza.
Ma non un’esigenza cattiva, nel senso di doverlo fare per quella grandissima paura che ho; ma per un’esigenza buona: ricordare.
Ricordare le cose che mi hanno fatto pensare, creare, sorridere, esser felice, che mi hanno cambiato la giornata o la vita o che hanno cambiato quella degli altri (come faccio con i miei amici), piangere, sorprendere, battere il cuore, aiutato o semplicemente che mi piacciono.
Penso che ricordare (forse qui c’è lo zampino della mia grandissima passione per la storia) sia una delle cose più belle del mondo.

Dovrebbero fotografare, di più, un po’ tutti.
Fotografare sul serio.
Non fare foto ad un piatto di pasta o al cappotto nuovo che si è comprato, non due foto al un cane o all’auto; ma fotografare con il cuore.
Fotografare quelle piccole e grandi cose che cambiano le giornate…e poi semplicemente salvarle per poter ricordare, tra uno oppure dieci o anche quarant’anni, le emozioni che avevamo in quel momento e riviverle con la stessa intensità.
Per sentirci bene, per sentirci ancora bene e soprattutto vivi.
E mettiamo caso che la vita ha in serbo per me (SPERIAMO DI NO, anche perché sennò poi mi incazzo!) di farmi perdere la memoria, allora tutto ciò che ho fotografato, forse in qualche modo, mi farà rivivere la mia vita.
O più semplicemente guardando le foto mi farà dire, sorridendo: “Beh tutto sommato quel tipo lì ha avuto una bella vita se si è fermato a fotografare tutte quelle cose”.

Forse è il momento di tirare le somme?

Son seduto sul divano. Ormai avrà preso la mia forma…
E’ notte. Saranno le 3 passate; mi scoccia alzarmi per vedere che ore sono, sono pigro (per chi non l’avesse capito).
Una coperta addosso, messa alla bene e meglio e sotto indosso il pigiama, quello che ho sempre.
Ho l’abitudine di metterlo subito appena entro a casa, per star più comodo e godermi la mia pigrizia.
Son stanco, ma non troppo visto che qualche quarto d’ora fa mi son strafogato di M&M’s (poi mi lamento che ingrasso…).
Mi ritrovo qui. Ad ascoltare musica, come mio solito.
Sempre i miei cantanti sconosciuti, che ascolto io e altri 500 sulla faccia della Terra.

Tra poco entreremo nel 2015.
Forse è il momento di tirare le somme?

In realtà non l’ho mai fatto, se non due anni fa, ma quello è stato un caso a parte.

Però, perché non farlo anche quest’anno? Male di certo non fa…e poi mi piacerebbe avere un piccolo riassunto di roba casuale di un anno della mia vita; così quando avrò 40 anni lo rileggerò e potrò lamentarmi come mio solito.
Perché anche se sarà cambiato qualcosa: in meglio, in peggio o chissà in che modo; io un motivo per lamentarmi con me stesso lo trovo sempre. Che sia una mia specialità?

Beh che dire?
Ho iniziato l’anno passando il conto alla rovescia studiando a casa da solo, con sottofondo “Summertime Sadness” di Lana Del Rey (miglior fine anno del mondo!). Ho dato esami su esami, portando a casa ottimi risultati e sentendomi per la prima volta soddisfatto, in questo campo, di me stesso. Ho pianto come un bimbo perché un giorno mi persi per Rimini mentre andavo a sostenere l’esame di Inglese. Ho partecipato per la prima volta ad una festa a sorpresa. Ho fatto il mio primo tatuaggio. Ho conosciuto diverse persone: un ragazzo che ha cambiato la mia estate, un ragazzo che ha cambiato queste vacanze di Natale e altri. Ho conosciuto la ragazza di mio fratello (anzi le diverse che ha avuto in quest’anno) e mi son sentito uno sfigato visto che lui ha 15 anni ed è già più avanti di me. Ho visto la mia miglior amica crescere in tutti i sensi e l’ho vista spegnere 18 candeline sulla torta. Ho aperto questo blog, che sto portando ancora avanti (INCREDIBILE). Ho trovato la voglia di ritornare a scrivere uno dei miei romanzi incompiuti. Ho chiuso capitoli di vita ed aperti altri. Son dimagrito ancor di più, il che è un miracolo. Ho trovato degli amici straordinari all’università (sì, sto parlando di voi. Lo so che state leggendo questo post perciò sì, questo è dedicato a voi) che mi hanno sopportato, supportato, amato (e lo fanno ancora), abbracciato, coccolato e mi hanno fatto sentire accettato, compiendo questo nostro percorso insieme. Ho rivisto i miei amici che abitano in diverse parti d’Italia (vedi la mia amica milanese o quella pugliese…). Ho comprato il mio primo pesce rosso, un esemplare unico, è il pesce più asociale (con gli altri pesci) che esista; ed in questo mi rispecchia e lo amo…e poi mi son successe altre 3000 cose.

Ho amato, ho pianto, ho sorriso, ho riso, ho sudato, ho faticato, ho avuto paura, mi son rialzato…

Perché però, vi chiederete voi, ho fatto questo resoconto. Beh, tolto il fatto che son un grandissimo egocentrico narcisista e perciò avevo bisogno di far sapere al mondo le mie cose, volevo far capire alle persone che bisogna farlo, una volta ogni tanto, un riassunto-resoconto-inventario o chiamatelo come volete, della vostra vita.
Fermarsi un attimo e voltarsi. Vedere tutta la strada che si è fatto.
Vedere i muri abbattuti, le persone perse e quelle conosciute, le lacrime versate, i sorrisi fatti, gli ostacoli superati e tutto il resto. Vedere con quale forza si è andati avanti. E poi continuare su quella strada. Oppure cambiarla, se non è quella giusta.

Di solito, almeno nella mia famiglia, il cenone dell’ultimo dell’anno è sempre stato qualcosa di triste. Niente scenate o chissà cosa, però c’era sempre quel qualcosa nell’aria che opprimeva la stanza. Quell’aura grigia su tutti loro. Ogni volta che si avvicinava la mezzanotte c’era chi andava via in un’altra stanza, chi in giardino, chi in bagno e chi altrove. Chi piangeva, chi era semplicemente triste, chi era arrabbiato con se stesso, chi con altri.
E poi c’ero io, che cercavo di scappare in tutti i modi da quell’oppressione, di non farmi catturare da quella tristezza, che io non capivo.
Tutti a piangersi addosso, tutti a far un riassunto solo delle cose brutte, tutti a ricordare solo le sofferenze o provare invidia per gli altri.
Nessuno, oltre me, che cercasse di tirare su un sorriso sicuro e sincero per almeno un quarto d’ora. Nessuno. E la cosa mi faceva schifo. E mi fa tutt’ora schifo.

Non capisco e capivo per quale motivo bisogna rovinarsi l’ultimo dell’anno pensando sempre al peggio. Prepararsi ad un anno peggiore del precedente. Piangere sul latte versato.
Non lo capisco.

Se qualcosa è andato male, beh è la vita, basta rimettersi subito in carreggiata (dopo uno o anche tanti pianti liberatori). Se c’è qualcosa che vi tormenta, forse è il momento buono di risolverlo. Se qualcosa vi fa soffrire, è il momento di eliminar tale cosa. Se non vi piace il vostro lavoro, la vostra vita, il vostro modo di vivere, il vostro liceo, la vostra facoltà, il/la vostro/a fidanzato/a, la vostra città…beh alzate il culo è cercate di cambiare.
Non lamentatevi continuamente, perché al mondo c’è sempre qualcosa messo peggio di voi. Sempre.
E se lo dico io che son uno che si lamenta, è grave.
Se non vi va bene qualcosa: CAMBIATELA.
Abbiate il coraggio di rischiare, di cambiare, di scommettere su voi stessi o sugli altri, di vivere la vostra vita come VOLETE VOI.
Abbiate il coraggio di essere felici. Di poter dire, poi il prossimo fine anno (o quello dopo ancora; perché ovviamente il cambiamento deve essere progressivo) “ho trovato il modo di essere davvero felice!”.

Ed in quel momento, l’ultimo giorno dell’anno, non sarà così triste; non sarà così oscuro; non sarà così distruttivo. Sarà solo un giorno, in più, per potersi guardare indietro e aggiustare le piccole cose che non vanno, in caso ci siano, e poi dire a gran voce “sono felice”.
Poter guardare tutto l’anno appena trascorso come se fosse un bel capitolo di vita, con i suoi alti e i suoi bassi. Poter ridere, sorridere e piangere di esso; ma tutto nello stesso momento.
E far di tutto (E NON SPERARE) che quello seguente sia uguale o addirittura migliore.
Perché basta poco…basta viversi la propria vita, come merita di esser vissuta.

“I believe in possibility. I believe someone’s watching over me and finally I have found a way to be happy”.

P.S. Tanti auguri di buon anno a tutti voi che mi seguite. Siete tantissimi e non capisco nemmeno io il perché, sappiate solo che vi auguro il meglio dalla vita (così come dal 2015) e che vi voglio davvero bene. Spero di potervi vedere, tutti insieme o anche uno ad uno, un giorno. Lo spero. In ogni caso: GRAZIE.
P.P.S. Carico solo ora il post perché prima non avevo il Wi-Fi per poterlo fare. #iopovero

Altre domande senza risposta.

Per quale motivo siamo sempre alla ricerca di un partner?
Ovunque io mi giri c’è sempre gente pronta ad esser preda o cacciatore.
Tutti in allerta.
Tutti in guerra.

E questa cosa non la capisco per niente.

Siamo nel 2014 e per nostra (s)fortuna siamo ben 7 miliardi sulla terra, perciò la teoria del “eh ma sai il nostro istinto di sopravvivenza ci porta a trovar qualcuno con cui condividere la vita per poter mandare avanti la specie” non regge più.

Di conseguenza perché abbiam questo maledetto bisogno, fin dall’adolescenza, di trovare qualcuno, sempre e comunque?

Sentimento, giusto, che si ha in adolescenza quando si cerca (quasi disperatamente) qualcuno: per provare, per fare delle nuove esperienze, per incoscienza/ingenuità e per dar retta agli ormoni; ma per quale motivo anche dopo l’adolescenza dobbiamo per forza sottostare a questa “regola”?

Non concepisco questo modo di pensare che ci porta, a tutti i costi, a condividere parti di noi con il mondo (fisiche o mentali-psicologiche che siano).
Forse sarà la paura della solitudine, forse la legge “del più forte” (fidanzato > single), forse gli ormoni, forse altro…ma davvero non comprendo.

Che io sia strano, è risaputo fino ai confini dell’India, e che io trovi la solitudine un qualcosa che può far crescere le persone in meglio e che abbia all’interno di sé qualcosa di magico, lo sanno in tanti; però non capisco perché chi non è fidanzato o comunque chi è single per scelta (per via del lavoro, per via di problemi personali, per via dell’università, per via di altri progetti…) debba esser visto in malo modo o come uno “sfigato” dalla società.

Questa mentalità è permeata così tanto nell’animo di tutti che ormai, anche se si è liberi di poter fare ciò che si vuole, si verrà sempre giudicati male se single o senza un cosiddetto amico di avventure, per dirlo in modo velato (e parlo di tutti i range di età: dai 16 passando per i 24 fino ad arrivare ai 40 e ai 60).
Ma è davvero così brutto esserlo?
E’ davvero un problema così grande?
Secondo il mio modestissimo parere, nemmeno un po’.

Però il problema è che ogni qualvolta dico: “No, sono single perché in questo momento non sento il bisogno mentale e fisico di qualcuno accanto a me. Sto dedicando anima e corpo ai miei progetti che son l’evoluzione delle mie passioni, studi e interessi; di conseguenza sto bene così. Ovviamente se arriverà qualcuno, ben venga, ma non mi metto a sprecare energie, sarà il destino a far arrivare la persona più o meno giusta nel momento più consono; non mi sento di dover esser né cacciatore né preda.” mi sento rispondere sempre che “non capisco il mondo”; che “son semplicemente frigido”; che “son sfigato” e molte altre cose.

Non capisco perché investire del tempo per se stessi, per le proprie passioni e per i propri sogni sia così degradante agli occhi di tutti; ma allo stesso tempo sia così bello esser fidanzati a tutti i costi con gente improponibile o esser immischiati in relazioni (di tipo sessuale o amoroso) che non porteranno mai da nessuna parte.
Inoltre mi dà fastidio che si senta il bisogno di cercare, a tutti i costi, qualcuno e non, semplicemente, aspettarlo.
Che arrivi così come un fulmine a ciel sereno.
Un po’ come capita nei film americani.

Il problema è che diamo sempre più importanza agli altri, più che a noi stessi.
Ma nello stesso momento siamo egoisti.
Sfruttiamo noi e gli altri. Degradiamo il nostro corpo e la nostra mente, così come quelle degli altri, con situazioni-emozioni e relazioni “usa e getta” e sappiamo benissimo riconoscere una relazione così da una che può poi trasformarsi in qualcosa di stabile; ma ovviamente il mondo è troppo veloce per poter aspettare l’evoluzione di quest’ultima.
Meglio il tutto e subito.
Meglio ora che poi.
Sempre a voler capire il mondo e mai noi. Sempre a voler condividere ma mai a dare, a sé stessi.

Perché non si può semplicemente aspettare che la persona giusta arrivi con calma?
Perché non si aspetta l’evoluzione di una relazione e godersi tutti quei piccoli momenti come l’amplificarsi di un’emozione, capire quello che prova l’altro e ridere di ciò, provare le stesse sensazioni per una cosa semplice, sorridere e specchiarsi negli occhi dell’altro?
Perché la maggior parte di noi confondono sesso e amore?
Perché la società ha così tanto paura della solitudine?
Perché bisogna esser, per forza, cacciatori/prede così da star al passo con i tempi?
Perché c’è da giudicare, chi per una volta, spende e investe tempo per sé stesso e non per gli altri (parlando sempre di sesso-amore)?
Perché io continuo a farmi domande grandi quanto l’universo, sapendo che non troverò mai una risposta certa a tutto ciò?
Non lo so.

Continuo a non sapere le cose.
Come quando iniziai a scrivere questo blog ad Agosto.

Le piccole cose non cambiano mai a quanto vedo…

P.S. Vorrei specificare che non ci trovo niente di male nelle relazioni tra “amici con benefici”, fidanzamenti e divertimenti vari ed eventuali; anzi vorrei che fossero sdoganati…solo insieme all’altra faccia della medaglia.

Perché in fondo un finale accettabile lo meritano tutti, no?

Ascoltare una canzone, nel momento giusto (a seconda dei casi, possiam decidere quanto è giusto o meno il momento), può totalmente cambiarti l’umore.
Può distruggerlo o ricostruirlo.
Un po’ come fanno gli architetti di Extreme Makeover Home Edition.
Solo che la canzone non ci mette una settimana, ma solo 3 o 4 minuti.

Anche incontrare una persona importante, nel momento giusto, può totalmente cambiarti l’umore.

Il peggio, o il meglio, avviene quando incontri nello stesso momento (canonicamente giusto) una persona importante mentre ascolti la canzone. Quella canzone. Quella canzone che ti lega alla suddetta persona o parla di voi.

Ed a me è capitato, proprio l’altro giorno.

Stavo correndo sul molo della mia città (ultimamente ho preso la fissa di andare a correre e far addominali…).
Maglia termica e una tuta. Cuffie nelle orecchie e contapassi-calorie in una tasca del pantalone.

Correvo, respiravo, ascoltavo quella canzone. Canticchiavo le parole, sospiravo, mantenevo il passo.
L’ho percorso tutto, 3 km all’andata.
Son arrivato alla fine. Sempre con quella canzone nelle orecchie.
E proprio lì, prima di tornare indietro, che ho incontrato quella persona importante.
Erano 3 anni che non ci vedevamo.

Incontrarlo è stato fulmineo, intenso e distruttivo. Come una guerra.
Mi son ritrovato lì, da solo, a guardare questa persona mentre il mio cervello pulsava.
Come se stesse mandando un segnale; un po’ come quello che mi arrivò quando iniziai a scrivere questo blog.
Ascoltavo quella canzone, che continuava ad aumentare il carico da novanta che già c’era nell’aria.
Avrei potuto tirare avanti, buttarmi sugli scogli, salutare velocemente ed andare via.

Ma sarebbero state tutte opzioni stupide. Da “senza palle”.
Il percorso che abbiam avuto io e questa persona, da parte mia era finito proprio 3 anni fa, dopo tante cose da dimenticare e altre (poche) da ricordare.
Fare uno di quei gesti sarebbe stato come non aver mai chiuso quel capitolo della mia vita.
Ed io, invece, l’avevo fatto. Finita male, ma l’avevo fatto. Era rimasta un’ultima cosa da fare…ma cosa?

Son rimasto lì, ho salutato e ci siam messi a parlare.

In quei 3 anni era successo di tutto. La mia vita è cambiata, la sua pure. Il mondo ha continuato a girare. La storia a fare il suo corso. Il futuro a diventare presente e poi passato e il futuro lontano è diventato futuro.

In pochissimo tempo tutto quello che sentivo non c’era più.
Stavamo parlando, come due amici di vecchia data che si son rincontrati per caso.
Ed infatti eravamo proprio questo. Probabilmente lo siamo ancora.
E’ stato solo un momento.
Un momento in cui il passato sembrava stesse cercando di riaffiorare ed uscire prepotentemente. Come se il vaso di Pandora fosse stato aperto, così a caso.
Ma non era così.
Quelle sensazioni stavano indicando tutt’altro.

Abbiamo continuato a parlare.
Di noi. Dei nostri nuovi hobby, del nostro lavoro, studio, amore, amici, divertimenti vari.
Tutto normale.
Io sorridevo, parlavo, ci siam rifatti i 3 km insieme, camminando.
Il mio umore non era totalmente cambiato.
Prima ero felice, calmo e “normale”…e lo ero anche in quel momento.
Non mi era mai successo con questa persona accanto a me.
Mi ha sempre provocato tantissime emozioni in passato, molte volte contrastanti, così tanto che volevo abbracciare questa persona ma nello stesso tempo picchiarla a sangue, ma mai “normalità, calma e felicità”.

Tutto quello che mi stava accadendo, tutte quelle sensazioni, stavano dicendo che dovevo fare l’ultimo passo.
Avete presente quando finite di leggere un libro? Bene. Lo si chiude e lo si rimette a posto, no?
Dovevo fare lo stesso con questo capitolo della mia vita.
Era stato chiuso, 3 anni fa, ma doveva ancora esser riposto per sempre nella grande libreria che è la mia vita.
Ed quello era il momento di farlo.

Siamo arrivati alla fine. Di tutto.
Ma anche del molo.
Di nuovo sulla spiaggia. Ci siam salutati, detti le ultime cose sorridendo, ma non troppo. Una stretta di mano ed entrambi con la solita frase: “allora ci sentiamo su facebook, okay?”.
Lui è entrato in macchina ed è andato via. Io ho ripreso a correre.

E proprio mentre correvo…mi son messo a ridere.
Quella frase stava ad indicare ciò che non avremmo mai fatto invece.
Risentirci, intendo.
Non succederà più.
Non è successo per 3 anni e non risuccederà ora.
Quella frase, era solo un modo carino per non dire quell’addio così brutto da sentire.
Ho capito solo in quel momento che quel grandioso capitolo della mia, che avevo chiuso 3 anni fa, era appena stato accantonato. Riposto per sempre, con ordine, nella libreria.

Ed è ciò che dovremmo far tutti.

Dovremmo, dopo aver chiuso quella storia, dare una fine ancora più certa.
Scelta da noi e dal destino o dal cosmo.

Se ci capita di poter fare ciò, dopo aver chiuso definitivamente, non dobbiam scappare, perché è soltanto una possibilità per poter dare un finale dignitoso a qualcosa che non ha avuto la fortuna di averlo.
Perché in fondo un finale accettabile lo meritano tutti, no?
E…via nella grande libreria, insieme alle altre storie già chiuse.
E poi?
E poi dobbiam semplicemente staccarci da quella libreria ancora una volta, come in passato, contemplarla da lontano per qualche secondo e tornare a correre sulla nostra strada.
Sulla strada della nostra vita, sorridendo, come prima…come sempre.

O almeno, io ho fatto questo.

La vita è piena di maschere…

Pirandello ci fece addirittura una teoria sopra questa frase. Una teoria che dipingeva noi tutti come dei grandi e piccoli attori ed il mondo come un grande palcoscenico…e mi piace pensare che egli percepisse l’universo come un bellissimo teatro.
Basta leggere “Uno, Nessuno e Centomila” per capirlo.
Una persona, centomila maschere, nessuna personalità.

Son 21 anni che guardo la vita come se fosse un grande palcoscenico.
Forse è anche per questo che amo incondizionatamente il pensiero e le opere di Pirandello?

La mia anima da attore mi ha sempre portato a vederla così (quanto mi sarebbe piaciuto intraprendere la carriera di attore…alle elementari e alla medie ero sempre il protagonista delle recite; portavo i miei a teatro convincendoli nelle maniere più assurde; alle superiori scelsi di studiare la storia teatrale e ammiravo e ammiro tutt’ora gli attori del cinema come degli dei).

Ed è proprio grazie al nostro premio Nobel che son riuscito meglio a concepire la vita e il mondo.

La vita come palcoscenico; il mondo come teatro che ti offre tutti i mezzi, perfino i più assurdi, per poter realizzare la recita…e noi come attori.
Attori che devono mettere in scena ciò che sono e ciò che hanno dentro, per offrirlo a tutti gli altri attori, che però nella nostra vita son solo spettatori o comparse-aiutanti.

Noi, attori su questo palcoscenico che è la vita, non dobbiamo però indossare maschere. Se non una sola, per tutto lo spettacolo.
Troppo facile indossarle tante. Troppo difficile re-indossarle.

Essere la persona giusta, mascherandosi da “persona giusta” è facile una volta; la seconda non più perché la maschera pesa e non si è più capaci di portarla…ed è lì che poi la “recita” non può più andare avanti e che la magia (e la tua vita) finisce.

E se sei un bravo attore?
Beh puoi esser bravo quanto vuoi e alla fine della fiera puoi aver indossato tutte le maschere possibili, ma quella più importante l’avrai già gettata. Ed era quella che rendeva speciale il tuo spettacolo.
La più importante, sì.
La tua.
Perché noi tutti abbiamo una maschera ed è quella che dice al mondo come siamo, cosa siamo, la nostra personalità. Una maschera che porta le nostre cicatrici e i nostri sorrisi.
Una sorta di prolungamento dell’anima.

Con quale coraggio si può gettare la propria maschera per adottarne altre?
Con questo non dico di non oscurare agli altri parti di noi o della nostra vita come può essere in alcuni casi. Facendo degli esempi banali e lampanti, l’omosessualità quando ancora non ci si sente di rivelarlo al mondo oppure tener nascosta una malattia perché non ancora forti per affrontarla; ma, ciò che intendo io, è di NON mascherare ciò che siamo.

I nostri pregi e i nostri difetti. Quello che ci piace e quello che non ci piace. Ciò che pensiamo e ciò che non fa parte della nostra etica. I nostri valori e i nostri principi. La nostra persona.

Io, per mia grandissima fortuna e forza, non ho mai gettato la mia maschera.
Non ho mai rinunciato a far vedere a tutti la mia personalità.
Non ho mai rinunciato ad essere la persona che sono, nel bene e nel male.
E perché dovrei rinunciare a ciò? Non si può piacere a tutti e non si può essere la persona giusta in ogni momento.

Ed è ciò che dovrebbero far e capire tutti.
Rendere grande la nostra vita con una sola maschera, la nostra. Con un solo palcoscenico. Con una sola recita, da diversi atti. Con un solo protagonista: noi.
Però senza prendersi troppo sul serio, perché tanto siamo sempre noi a decidere.

Alla fin dei conti vale più una recita così, vissuta-amata-goduta fino in fondo, oppure una in cui il protagonista è davvero “uno, nessuno e centomila”?

Domande senza risposta.

Gli stimoli sono una delle cose più importanti del mondo.
Me ne sono accorto solo ora.

Senza di essi, il mondo continuerebbe a girare, ma senza di noi.

Noi. Immobili, statici, passivi. A guardare ciò che ci circonda. Il mondo.
Un po’ come fanno gli osservatori davanti ad un quadro in una galleria o in un museo.
Così, in bilico tra l’esser vivi e il non esserlo. Perché alla fine vivere senza stimoli è come esser già con un piede nella fossa, per dirlo terra terra.

Me ne son reso conto perché proprio ora, in questo momento, mi son trovato con in mano solo con la mia voglia di fare. E niente di più.
Navigo in un mare tempestoso da un mese e poco più ormai e, per esempio, tutti gli stimoli che mi dava l’università ora non li vedo più.
Mi sento come quando un bambino sulla spiaggia, con in mano l’ultima formina da staccare e applicare, si avvicina al castello di sabbia, costruito in precedenza, e lo trova distrutto della forza del mare.

Sembra strano, ma una delle potenze del mondo, della globalizzazione e dell’essere tutti uniti, connessi e vicini seppur lontani fisicamente, è proprio questa:
la forza di donare e ricevere stimoli.

La forza di dare l’input giusto alle persone. Per aprirsi. Per creare. Per fare e disfare. Per rimettersi in gioco, partendo anche da zero, volendo. Per parlare. Per amare.

Sembra una cosa tanto facile, ma non lo è.
Dare l’input giusto ad una persona è come fare un complimento sincero a bassa voce a qualcuno.
E quando dico “un complimento”, intendo uno di quelli che viene da cuore, uno di quelli che ti esce dalla bocca senza pensare, uno di quelli che dici mentre gli occhi tuoi brillano.

Non sai come quella persona la prenderà, non sai se e come risponderà, non sai nemmeno se ha recepito il complimento.
Ma è lì, davanti a lei. A portata di mano. Potrebbe trasformarsi in forza. In voglia di fare. In un’idea. In un pensiero. In un emozione.
A me è successo.
Di fare un complimento a bassa voce, dico.
A un ragazzo, quest’estate, verso l’una di notte.
Non pensavo potesse esser un input, ed invece lo è stato.
E così, dal nulla, tutto si è trasformato. Si è aperto un mondo. Sia per me che per lui.
Infatti son tornato a casa a mattina inoltrata.

Però allo stesso tempo, sembra una cosa tanto difficile, ma non lo è realmente.
Dare l’input giusto ad una persona è come avere la chiave per aprire un nuovo mondo. Basta solo mettere la chiave nella toppa e girare per accedervi.
Una chiave che puoi avere tu, così come tutti gli altri. Siam tutti uguali.
Valiamo tutti allo stesso modo. Tutti possiamo farlo.
Una frase scritta, un gesto, un parola. Qualunque cosa può essere uno stimolo e tutte queste cose possono dare inizio a tantissime emozioni, situazioni, creazioni…

L’unico quesito che mi rimane da tutto ciò è: perché siamo, noi tutti, così restii a dare stimoli al mondo e alle persone che ci circondano? Perché siamo capaci di distruggere ma non di mettere una piccola pietra, per primi, per costruire qualcosa di nuovo? Perché coloro che son i primi incaricati, per forza di cosa/per scelte/per lavoro, a dare al mondo stimoli…poi si trasformano nell’antitesi di ciò che dovrebbero essere, proprio come è successo a me in università?

Sinceramente non lo so.

P.S. Anche questa volta finisco con delle domande a cui non riesco a dare una risposta.
Son sicuro che mi divoreranno l’anima e il cervello.
Ma come al solito non mi sforzerò più di tanto a trovare una risposta perché, se già prima non avevo i soldi per l’analista, ora non ho i soldi manco per pagarmi i libri dell’università. (di male in peggio…)

Un segno del destino…

Aziona play.

Questa è una delle canzone della mia infanzia.
Non so bene come è capitata nella mia vita, o per meglio dire, so benissimo come è entrata nella mia vita ma non so spiegarne il perché.
Questa canzone l’ascoltavo ogni volta che iniziava, molti e molti anni fa, su Canale 5, NonSoloModa. (Ricordo che per l’epoca, per me, guardare quel programma era un traguardo poiché lo facevano sempre ad orari improponibili…)
E in un modo o nell’altro mi ci sono affezionato, incredibilmente.
Che fosse già all’epoca una specie di allarme che preannunciava il mio futuro? Anche perché la traduzione letterale del titolo è “Lotta per il piacere”. Piacere che possiamo intendere anche come passione; quella passione che vogliamo tutti noi far diventare poi un lavoro, come voglio fare io, no? Di conseguenza è perfetta visto che voglio lavorare nel mondo della moda, anche se allora ancor non lo sapevo.

Ogni volta che l’ascoltavo chiudevo gli occhi e iniziavo a tremare.
Anzi no. Erano più dei piccoli brividi, tipo pelle d’oca, avete presente?
Ecco quella sensazione lì.
Sentivo una strana energia entrare nel mio corpo, come succedeva a Billy Elliot quando ballava. E questo mi succede ancora oggi quando la riascolto per caso.
O forse nemmeno così tanto per caso.
All’epoca, con gli occhi congiunti e questa melodia nelle orecchie, rivedevo la mia vita; anche se allora ero poco più che un bimbo. Avevo 8, massimo 9 anni. Ma già vedevo benissimo la mia vita attraverso queste note. Una vita che molto probabilmente un bambino così piccolo non dovrebbe aver vissuto, secondo il mio punto di vista. Vedevo…
La mia corsa contro tutto e tutti.
La mia corsa contro il male che mi provocavano.
Una corsa contro me stesso, forse, e contro i miei stessi sogni che si infrangevano sul mio corpo come schegge di uno specchio già distrutto. Distrutto da me. Distrutto dagli altri.
La mia corsa per arrivare ad una salvezza che vedevo sempre lontana da me, ma che non rinunciavo a raggiungere.
In un certo senso, ascoltando la canzone, vedevo anche il futuro. Sempre io. Sempre in corsa. Sempre lì a vagare per raggiungere quel posto, che speravo di raggiungere per esser almeno una volta felice.

Dopo più di un decennio, (posso sentirmi vecchio pur non essendolo? Si, dai, almeno questa volta concedetemelo questo piccolo “lusso”.) ascolto tuttora questa canzone.
E, chiudendo gli occhi, rivedo ancora una volta la mia vita.
Quella grandiosa corsa che non finiva mai.
Quella corsa che ora o per meglio dire, qualche anno fa, si è fermata. Si, è finita, ma non sono arrivato a quella luce, quell’oasi in mezzo all’oscurità (come la chiamavo io da bimbo), quel punto di salvezza certa.
No.
Sono ancora lì, in mezzo a quella landa, a correre verso un nuovo punto, un nuovo scopo. Verso un nuovo sogno che finalmente ho preso in mano e che ho trasformato, plasmato e adattato a ciò che sono sempre stato.
Quel sogno per cui mi sto battendo. Quel sogno che è diventato il mio punto fermo nella vita. Quel sogno che realizzerò a costo della stessa vita, perché non c’è niente di più giusto e posso fermamente sottoscrivere ciò che ho appena detto.
Questa volta intorno a me c’è solo luce.
Niente oscurità. Niente persone malvagie. Niente odio ingiustificato per ciò che sono e penso. Niente punti certi dove potermi rifugiare dal male del mondo. Niente demoni più grandi di me che mi inseguono.

Ci siamo solo io e gli ostacoli che mi riserverà la vita.
La vita che ho finalmente scelto di vivere all’età di 18 anni, quando decisi di iniettarmi quell’ultima, fottutissima, dose di coraggio (ed in questo momento sto guardando il tatuaggio che rappresenta tutto ciò, lì fermo sul mio polso destro) e fare dietro front. Ancora una volta contro tutti e tutto; ma questa volta di mia spontanea volontà.

Quella vita di cui ero stato spettatore, fino ad allora e che stava magicamente per cambiare, solo grazie a me.

Ora, proprio in questo momento, se riascolto questa melodia mi viene da ridere perché non penso più a tutto ciò che ho detto fin ad ora.
O quanto meno, si ci penso, ma solo in un secondo momento o forse a livello di subconscio; se vogliamo metterla su un piano psicologico. (Visto che ho studiato psicologia, cerchiamo di sfruttare un po’ delle nozioni acquisite negli anni, nah?)

Ora l’ascolto e sorrido. Senza pensare ad altro. A nessun altro.
Sorrido perché…perché…per il perfetto gesto del destino.
Una sola canzone, arrivata così per caso, con così tanti significati e segni nascosti.

Perché il destino, quando vuole giocare, lo fa seriamente e lo fa bene.
E quando scopri il suo gioco puoi solo che meravigliarti, sorridere e goderti la vita.