Un minuto…

La forma di tempo più semplice che troviamo in natura, ma allo stesso tempo anche la più forte.
Nessuno ci bada, ma fin da piccoli è l’unita di misura che arriviamo a capire subito e che usiamo più spesso: “Noi ci nascondiamo, tu conta fino ad un minuto con gli occhi chiusi”, “Ripeti questa data o parola per un minuto così non la dimentichi”, “Rimani sott’acqua per almeno un minuto” e così via…

Quando le cose si mettono male, i secondi che lo compongono diventano opprimenti, asfissianti, crudeli, pesanti come macigni.
Mentre quando le cose vanno bene, quel minuto diventa veloce come lo sbattere d’ali di un colibrì e poco dopo hai l’esigenza di voler nuovamente quel minuto, per riviverlo ancora, quasi come se fosse una droga.
E’ tutta una questione mentale però, il minuto rimane lo stesso.
Siamo noi che diamo ad esso un’importanza diversa. Ed è proprio questo il bello, siamo noi che attraverso uno stato mentale e delle emozioni riusciamo a cambiare biologicamente e psicologicamente la condizione di “tempo” che è invece qualcosa di statico, assoluto, perpetuo.

In quel minuto possono succedere tante cose…
puoi perdere o prendere il treno che ti porterà dalla persona amata; aiutare qualcuno nel momento in cui ha più bisogno (anche solo con le parole o semplicemente abbracciandolo) oppure far finta di nulla; smarrire il telefono al cui interno ci sono le foto di una vita o tenerlo stretto anche nel “traffico” della metro; baciare una persona e trasformare incredibilmente la sua esistenza oppure non farlo e trasformar tutto lo stesso; creare la bugia che ti porterà a modificare per sempre il rapporto con qualcuno oppure dire la verità; chiedere al proprio principe azzurro o principessa la sua mano, studiare per dare quel benedetto esame oppure non studiare e dedicar tempo ad altro, dire sì ad un amico e fare qualcosa di totalmente insensato oppure dire di no ed evitare una probabile sciocchezza…tante cose.
E non puoi pianificarle, perché dai quale persona sana di mente inizierebbe a pianificare la propria vita minuto per minuto?
Puoi pianificare cosa far domani, tra qualche settimana, il futuro Natale, la prossima estate; ma non cosa fare tra un minuto.

Però nella vita esiste un momento in cui quel minuto si allunga fino a diventar la propria vita; per spiegarmi meglio faccio un esempio random o forse non così random:
sei lì, in ambulatorio, dopo aver fatto delle visite la settimana prima, aspetti il tuo turno e finalmente dopo qualche tempo arriva. Entri, saluti il medico, si inizia a parlare delle varie cose e poi infine arriva il responso finale ed è quello che non ti aspetti, anzi quello che non volevi; hai una male che cambierà per sempre la tua vita ed è così, devi fartene una ragione e anche al più presto.
Oppure può esser totalmente il contrario, sei lì che aspetti, il dottore gira e rigira tutte le carte e il male che pensavi di avere non ce l’hai, avevano sbagliato diagnosi. Si erano affrettati troppo. Ma comunque hai vissuto quel minuto nello stesso modo di chi invece quel male ce l’ha sul serio.
Stesso lasso di tempo, stesse emozioni, stessa sensazione di asfissia, stessi occhi lucidi o mente incasinata…ma finali diversi. O forse no.
Anzi, dopo aver vissuto in prima persona quella situazione e aver vissuto anche per un paio di volte (non direttamente) l’altra, posso affermare che non è così diverso il finale.
Ovviamente non parlo della malattia in sé, ma di ciò che ci gira intorno: la vita. La nostra vita. Il modo in cui viene vissuta quella vita, dal quel minuto in quell’ambulatorio fino alla fine dei nostri giorni. Il modo con cui tutti i minuti, da quel momento in poi, cambiano di significato.

[Inizio del momento di spiegazioni]
Come ho detto prima quella sensazione l’ho vissuta sul serio.
La seconda per intenderci.
Non sto male, fortunatamente non era nulla di grave e per quanto abbia avuto addirittura il tempo di farmene una mezza ragione, del male che avrei dovuto avere, poi tutto è crollato come un castello di carte in una giornata di vento. Dovevo far tante visite, ma niente, falso allarme. Devo esser sincero? Probabilmente è stato uno dei momenti più brutto della mia vita, insieme a quello che descrissi qualche tempo fa sempre sul blog. Ma…sto bene. Davvero, sto bene.
Ed è proprio per questo che ho deciso di non aggiornare più questo sito, almeno per un po’. Mi son preso un periodo di pausa, come feci dopo esser stato in ospedale qualche anno fa. Finì tutto con un anno sabbatico; ora potrei esser laureato ed invece son ancora qui che devo iniziar l’ultimo anno. Perciò anche questa volta (sarà perché ho un rapporto complicato con gli ospedali? Forse) ho deciso di prendere un po’ di tempo. Un lunghissimo minuto di pausa anche su questo blog, come quello che ho preso nella mia vita, essendo questo blog stesso un pezzo della mia vita.
Una pausa per…
Pensare. Riflettere. Organizzar mentalmente i miei pensieri. Respirare. Aver la mente sgombra per un po’. Riempirla allo stesso tempo di tante altre cose. Permettermi di fallire in un esame, perché tanto non mi fregava nulla. Sfogarmi. Piangere. Godermi il tempo. Godermi il nulla. Amare. Staccar la spina. Contemplare ciò che mi circonda. Ricaricarmi.
Sapevo che questa pausa non era qualcosa di interminabile. Sapevo che prima o poi sarei tornato a scrivere su questo sito, ma non sapevo bene di cosa. Di questo episodio che mi è successo? Di altro? Di qualche emozione provata o di un’esperienza vissuta? Non lo sapevo. Avevo bisogno solo di tempo, ma alla fine son ancora qui. Ed ho deciso di parlare proprio di quell’episodio.
Perché?
Semplice, perché è l’insieme di ciò che ho scritto nel blog, fin ad ora. Emozioni, sensazioni, pensieri, problemi, questioni, risposte e non risposte, episodi ed esperienze. La mia vita. Non mi sembrava giusto non parlarne, così come parlarne senza cognizione di causa proprio tornando dall’ospedale.
[Fine momento di spiegazioni]

Come detto prima però, che la risposta sia negativa o positiva, il finale è lo stesso.
Ho visto con i miei stessi occhi che tutte le persone hanno lo stesso stimolo, l’identico fottutissimo stimolo. Prima di un pianto, prima di un sospiro, prima di un urlo, prima di un pugno contro il muro, prima di un sorriso…prima di tutto questo c’è: la vita. La nostra.
Dopo quel minuto, tutti, cambiano il modo di vedere la propria vita. Di programmarla. Di viverla. Di concepirla. Di volerla. Di tenerla a sé con tutte le forze.
Ed è una cosa che se ci penso è proprio strana, in quanto quel modo di volere, trattenere, sperimentare, vivere, godere, concepire la vita…è proprio il modo giusto di farlo; il modo che tutti dovrebbero “avere” in sé fin dalla nascita.
Ma non è così. Fino a quel momento tutti vedono la vita in altro modo, non peggiore o migliore, ma semplicemente diverso o forse meglio dire sbagliato.
Io per mia fortuna, o sfortuna, avevo già avuto una batosta simile (chissà se indovinate il periodo…qualche indizio nel blog l’ho lasciato e lo sto lasciando) e mi ero totalmente scontrato con quel mio modo di concepire la vita.
L’ho preso e l’ho lasciato da parte, cambiando totalmente tutto. Aprendo gli occhi, capendo, conoscendo, ragionando. Di conseguenza ho maturato questo discorso già da qualche tempo.
Pensavo che quella volta ero l’unico ad aver quella cavolo di concezione della vita, così in fondo, sbagliata e che dovevo crescere, che ero stupido, che ero così “ragazzino”, stavo letteralmente gettando la mia vita al vento come se fosse qualcosa di mera importanza.
Mentre ora, dopo quest’ultima esperienza, ho visto come è qualcosa che abbiamo tutti.
Tutti nel DNA abbiamo questa concezione che non ci fa vivere a pieno. Non ci fa assaporare le belle cose della vita, ci tiene legati quasi in modo statico, ci fa credere di crescere mentre non è così. Una convinzione che ci frena ma che allo stesso modo ci fa sentire invincibili quasi fino alla fine. In TV ho spesso sentito questa “fase” attribuita agli adolescenti, mentre non è così. Fa parte di tutti. Tranne di coloro che vengono scontrati bruscamente contro quel muro. Il muro del “male”, inteso come volete voi (malattia, guerra…).
Forse si torna più o meno bambini. Si torna ad avere la stessa loro concezione di vita, in fondo ancor più spericolata di quella degli adolescenti ma in modo totalmente diverso. Perché gli adolescenti attuano meccanismi strani ed alcune volte illogici, mentre i bambini vogliono semplicemente “vivere”, nel senso più pieno del termine.

Ed io perché sto scrivendo tutto questo? Il mio intento è quello di urlare al mondo qualcosa…qualcosa di piccolo ma allo stesso tempo potente. Sento il bisogno di urlar al mondo di dover fare qualcosa: nel nome di chi non ha potuto farlo, di chi lo sta facendo con tutte le sue forte e di noi stessi in primis, che forse non viviamo come dovremmo e che ci dobbiamo dare una nuova possibilità. Un messaggio per chiunque capiti su questo post. Un messaggio che voglio che giri, visto che l’ho maturato e non mi sembra una cosa tanto sbagliata.
Non sono intelligente, non sono scaltro, non sono colto come può esserlo Alberto Angela, non sono sicuramente una delle persone più indicate per dar consigli alle persone, non sono qualcuno di cui tu (chiunque tu sia su questo blog) ti puoi fidare…ma per una volta sento che quello che sto dicendo è giusto. Perciò uso questo scritto, come dissi proprio un anno esatto fa, per mandare un messaggio al mondo. Che poi lo legga 1, 10, 100, 1000 persone…non fa nessuna differenza perché l’importante è che a qualcuno arrivi ciò che ho messo qui nero su bianco, capendo e fidandosi. Non sono semplici parole ottimiste e buone, o forse sì, ma è ciò che penso e ciò che sto facendo della mia vita e spero che qualcuno faccia lo stesso.

Tornando a noi, attraverso questo post voglio semplicemente cercar di far capire alle persone che bisogna vivere la vita davvero.
MA DAVVERO.
Non si può aspettare di esser felici, non si può rinviare un viaggio che si vuol fare solo per qualche assurdo motivo, non ci si può arrendere senza aver prima provato, non si può aver sempre e solo rimpianti, non si può solo piangere sul latte versato, non si può continuare a vivere come vogliono gli altri, non si può sempre sottostare a le regole altrui, non si può sempre aver paura di tutto, non si può continuare a pensare di esser i peggiori in qualunque cosa, non si può sempre dar colpa alla sfortuna, non si può smettere di sorridere solo perché qualcosa è andato storto, non si può dare sempre la colpa agli altri, non si può sempre vivere non cambiando nulla per paura del rischio, non si può rimanere nell’ozio e nella pigrizia.
Non si può aspettar semplicemente che la vita ti serva su un piatto qualche grave sventura, come un male incurabile, per poi capire come davvero si vive la vita.
Bisogna vivere la vita intensamente: viaggia. Lavora. Studia. Ama. Sorridi. Prega. Divertiti. Pensa. Ragiona. Affronta il mondo. Sii coraggioso. Goditi le carezze. Ridi. Combatti. Rialzati. Porta avanti le tue giuste idee. Cambia pensiero se invece ti rendi conto che hai sbagliato. Parla, se senti che devi farlo in quel momento. Piangi. Abbraccia. Sorprenditi. Fermati. Fai dei regali. Arrabbiati se vedi qualcosa di ingiusto. Battiti per i tuoi diritti. Proteggi le persone a te care. Non sentirti solo al mondo. Ricorda ciò che hai perso, che siano persone, animali o cose. Fermati e guardati intorno. Commuoviti per la bellezza di ciò che c’è sulla terra. Non nasconderti. Aiuta. Parla. Sii l’eroe di te stesso o quello di qualcun altro. Goditi il mondo. Leggi. Informati. Esci dal guscio. Rendi felici gli altri. Bacia. Vivi.
VIVI.

Se c’è una cosa che ho imparato e che tutti mi hanno fatto notare (compreso internet, la TV ed i film-telefilm) è che chi sta male, per davvero o chi ha subito qualcosa di davvero spaventoso, come può esser una guerra, alla fine ha sempre una visione ed una concezione della vita migliore della tua. Basta guardare una di quelle persone, sono o non sono più felici (in senso lato, in caso di malattia) di quelli che stanno intorno a loro? Io ho visto alcune persone, come per esempio mio nonno, che avevano quel male, quello che avrei potuto avere io solo che in un altro posto. E per quanto ci pensava, sapeva che da un momento all’altro sarebbe finito tutto, avrebbe lasciato per sempre tutti noi ecc… alla fine comunque era più felice di tutti gli altri. Si godeva la vita, faceva ciò che voleva, diceva ciò che pensava, ragionava, si informava, non si lasciava andare come se fosse già con un piede nella fossa, non si lamentava del nulla, ti diceva “ti voglio bene” anche quando non c’azzeccava nulla con il discorso. Viveva la vita intensamente; come tutti gli altri. Come ho imparato a fare anche io, a mie spese vero perché il male ricevuto non si cancella, ma fortunatamente anche io faccio così. Ho imparato a vivere la vita, spero (non essendone certo), al cento per cento.

Perciò…fai qualcosa, qualunque cosa, ma falla! Vuoi una cosa? Prenditela. Sogni una cosa? Fai di tutto per raggiungerla. Datti degli obbiettivi, raggiungi dei traguardi.
Il minuto è incontrollabile. Instabile. Caotico.
Un momento ci sei e quello dopo potresti non esserci più.
Ed è la cosa più brutta da dire, ma anche la più vera ed è quella che porto nel cuore più di tutte.
Ed è proprio per questo che bisogna vivere la vita a pieno e bisogna godersi tutto fin in fondo.
E tutti dovremmo farlo.
Una vita è fatta di lunghissimi o brevissimi minuti, che possono sconvolgere intere vite, per sempre. Ma noi in primis siamo coloro che possono sconvolgere e dare un senso alla vita. La nostra, quella dei nostri cari, dei nostri vicini di casa o anche di un qualche sconosciuto, con un piccolo gesto o parola in quel piccolo lasso di tempo.

Sta semplicemente a noi cosa farne di questo minuto, del prossimo e di tutti quelli che verranno.
E se posso azzardare un consiglio: VIVIAMO QUEI MINUTI, MA VIVIAMOLI PER DAVVERO.

Some kind of Heaven…

L’altro giorno ho conosciuto un ragazzo.
Un ragazzo molto strano ma bellissimo, ha 22 anni e sembra ancora bloccato nell’adolescenza. Avete presente le caratteristiche migliori degli adulti e peggiori dell’essere adolescente? Ecco, lui era proprio quello, un mix delle due cose.
Una specie di Cassie della serie Skins; solo al maschile, più grande e con qualche momento di lucidità tipico degli adulti ma allo stesso tempo basta una margherita in un prato per fargli perdere la testa e cadere nella sua strana forma di catalessi psichica in cui trova tutto grazioso per molti minuti, manco si fosse fatto di ecstasy da un momento all’altro.
Detto questo, è grazie a lui che ho conosciuto una nuova disciplina: l’Urbex.
[MomentoAlbertoAngelaWannaby: tradotta letteralmente dall’inglese come “esplorazione urbana”, consiste nell’esplorazione di strutture costruite dall’uomo, spesso rovine abbandonate o componenti poco visibili dell’ambiente urbano fotografando tutto ciò che ci salta agli occhi]

Proprio nello stesso giorno in ci siamo incontrati per la prima volta, ha deciso di portarmi ad esplorare qualche posto di Cesenatico, in cui lui bazzica regolarmente.
Una ex scuola abbandonata, una vecchia colonia del dopo guerra ed una costruzione che non ho ancora ben capito a cosa fosse servita in passato (forse anche lei una colonia o un ostello per giovani oppure un piccolo albergo).

Tutti e tre questi posti avevano in comune più o meno le stesse cose.
Porte distrutte, schegge di vetri e mattonelle per terra, disegni e vecchie scritte sulle pareti ormai quasi cancellate dal tempo, scale disintegrate, finestre rotte, corrimano che si tenevano in piedi per miracolo, specchi spaccati sulle pareti, tavoli e altri oggetti sfasciati lungo i corridoi o nelle stanze, pozzanghere e fango nei piani più bassi, intonaco sbriciolato ovunque, segni del passaggio di animali in alcune zone, lucernai deteriorati, vecchi vestiti e accessori sparsi per le varie zone, logori quaderni lanciati un po’ alla rinfusa, ex-bagni fatti a pezzi, muri danneggiati o addirittura con buchi grandi almeno la metà di me (che noi abbiamo usato come ingresso per entrare nella colonia…).
Ma non solo, tutti questi tre luoghi avevano in comune anche un’altra cosa. Una cosa molto più potente.
La storia, una storia, la loro storia.
Ebbene sì, proprio lei; la storia.
Quella cosa che pochi sopportano e a cui pian piano viene data sempre meno importanza, soprattutto come materia scolastica.

Bastava entrare in uno di quei posti (che prima erano qualcosa che somigliavan molto ad una parte di paradiso: in quanto vicino alla spiaggia e agli scogli, immersi nel verde, in una cittadina marittima, arredati di tutto punto; ed ora visivamente un inferno o quanto meno un paradiso post apocalittico, di qualche universo distopico) per capire che erano impregnati di storia.
Girando per le stanze, salendo i vari piani, esplorando i sottotetti e guardando attraverso i vari corridoi sotterranei si sentiva l’odore delle epoche passate.
Impegnandosi si potevano sentire gli echi gioiosi dei bambini che erano passati per quelle mura, gli schiamazzi dei giovani che avevano vissuto in quelle stanze chissà in quale estate dei anni ’50 o ’60, giocando forse al gioco della bottiglia o a far battaglie con i cuscini. Entrando nelle stanze si potevano immaginare le tantissime cose che accaddero al loro interno; baci rubati, guerre con il cibo, un tango tra due persone innamorate, litigi tra amici, segreti detti a bassa voce alla luna in un angolo vicino alla finestra. Bastava guardare dritto nello specchio del bagno per potersi immaginare quanti altri sguardi erano caduti all’interno dell’illusione di quel materiale così magico; bastava toccare il corrimano delle scale per sentire l’energia di tutte le altre persone che molti anni prima avevano toccato lo stesso punto per forse salire le scale da ubriachi dopo qualche serata in discoteca o per scenderle andando in spiaggia a passar una giornata di divertimento; bastava girare per le aule per sognare le storie di tantissimi uomini e donne (di religioni, lingue, nazionalità, orientamento sessuale, culture diverse) che per chissà quale motivo si trovavano lì e per fantasticare sulle possibili relazioni che potevano aver avuto queste persone che si erano trovate nello stesso posto ed in che modo intrecciarono le loro storie; bastava aprire uno dei tanti diari e quaderni che erano gettati un po’ ovunque per leggere (o decifrare) passi di vita di persone che non so nemmeno che fine hanno fatto, come quei bambini che avevano disegnato in quei quaderni piccole case, piccole campagne, piccoli animali, piccoli giocattoli, piccoli sogni e desideri; bastava sfiorare uno dei tanti disegni sul muro per crear nella propria mente 100 scenari diversi e 100 ipotesi differenti; bastava guardare uno dei tanti oggetti in giro per quelle stanze per pensare a quante altre persone nel corso del tempo son andate ad esplorare tali posti e chissà cosa hanno portato via e cosa hanno dimenticato, cosa hanno spostato e cosa hanno involontariamente lasciato, cosa hanno modificato nella struttura e come invece loro si sono sentiti lì.

Tutto ciò che c’era in quel posto era fermo come fu abbandonato anni e anni fa.
Ed è proprio questo il bello; quei posti, così come tutti gli altri posti in cui si può far urbex, sono bloccati nel passato, nella storia. Ma continuano ad essere modificati, senza che nessuno se ne accorga, senza un perché, senza un senso, senza aver un tempo scandito. Qualunque cosa ci sia lì ha un suo passato, una propria storia da raccontare e tutti insieme (luogo compreso) hanno una propria identità. Una forza. Una potenza tale che basta entrare in uno di questi posti per immaginarsi cose che non sono scritte nemmeno nei migliori romanzi. Gli oggetti all’interno hanno conservato lo spirito e l’anima delle persone che possedevano tali oggetti o che li hanno toccati prima di me durante un esplorazione…e basta toccarli a propria volta per lasciare una nuova traccia che è già diventata passato, mischiandosi con esso. Con un solo sguardo puoi immaginare tutto e niente; basta un minimo tocco per sentire la storia di chissà quante persone diverse scorrere in te, sentire le loro voci ed i loro sogni, vedere i loro occhi, captare le loro sensazioni che son rimaste lì in quel luogo come fantasmi.
Basta entrare in uno di quei posti per vivere un passato che non è il tuo. E modificare il presente, ma allo stesso tempo anche la storia e creare qualcosa di nuovo da far diventare futuro (anche senza farlo di proposito, come forse avrò fatto io toccando quei quaderni, spostando qualche oggetto o perdendo chissà cosa senza rendermene conto).

E questa nuovo “sport” (posso chiamarlo così? Almeno per una volta nella mia vita mi sento un mezzo sportivo) mi ha letteralmente aperto gli occhi, perché è qualcosa di potente, assurdo, incredibile, magico, fantastico, meraviglioso, bellissimo. Qualcosa che unisce la fantasia, l’esplorazione, il coraggio, la storia, la società. Il presente, passato e futuro, riscrivendo tutto più e più volte. Qualcosa che dovrebbero fare tutti gli appassionati di fotografia (per gli scenari da poter immortalare), di scrittura (perché quei luoghi sono fantastici palcoscenici per i nostri personaggi mentali), di storia (per poter respirare luoghi storici e scoprire nuove cose o anche curiosità del passato)…di qualunque cosa, perché avventurarsi in luoghi simili è qualcosa che ti può solo aprire la mente ed il cuore.
E’ qualcosa che ti fa sentire vivo, in quanto ti collega con parti di te che non conosci ma ti collega anche a persone che mai avesti potuto conoscere e ad un passato che non è tuo ma che ora in modo assurdo fa parte di te.
Ti fa sentire parte di una società ancora più grande, ti fa sentire un po’ come uno storico quando rinviene chissà quale vecchio reperto…ti fa sentire legato al mondo intero e anche un po’ meno solo, ti fa capire quanto si è minuscoli nell’universo e quanto però anche una piccola cosa può far la differenza.
Mi ha fatto sentire perso in un luogo senza tempo e spazio, in un universo parallelo, in un mondo nuovo, in un’anima sconosciuta, in una società che non mi appartiene e che non conoscevo ma che ora fa parte di me, in questo ricordo. Mi ha fatto sentire più umano. Mi ha aiutato a sviluppare ancor di più la mia fantasia e mi ha aperto gli occhi su quanto sia straordinario il mondo nell’offrirti un lusso così grande, che però è sconosciuto ancora a molti.

Una terra di mezzo in cui tutto è modificabile ma allo stesso tempo nulla lo è per davvero.
E’ storia…che finalmente si può toccare…che tutti possono toccare.


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Quegli occhi che sono diventati uno dei ricordi felici della mia vita.

In uno dei miei posti preferiti di Marina, ore 22:40 circa.

E’ stato un attimo, un attimo memorabile.
Mentre parlavi ti sei girato verso di me guardandomi negli occhi e il lampione, che avevamo sopra le nostra teste, ti ha illuminato.
Ha illuminato te, il tuo corpo, i tuoi vestiti, i tuoi denti, il tuo naso, i tuoi occhi.
Quegli occhi.

Quegli occhi che d’incanto, illuminandosi, hanno sprigionato tutta la loro luce.
La stessa luce che hanno gli asteroidi quando si incendiano entrando nell’atmosfera.
Dentro di loro è esploso un arcobaleno di colori mentre dentro di me è esploso l’universo.
Ed in un secondo mi hanno rapito.
Mi hanno trasportato in un altro mondo in cui loro erano il sole che aveva dato origine a tutto.
Quegli occhi che guardandoli fan partire in me, tutte le volte, millemila melodie. Che con la loro luce mi hanno fatto sentire protetto, felice, calmo…nel posto giusto al momento giusto per tutta la sera.
Un paio di occhi che parlano da soli, di te e delle tua storia. Con la loro forza sovrumana riescono a creare intorno a loro la stessa aura che si respira quando si è a casa. Così ipnotici e così meravigliosi da non aver un colore fisso e cambiare di giorno in giorno stupèndo chi li guarda. Piccole sfere magiche che creano sensazioni fantastiche.
Belli…bellissimi. Tanto da spronarti a far tutto, pure scalare l’Everest, solo per vederli una volta ancora.
Due gemme incastonate nel tuo corpo; così potenti che sembrano imporsi sul tutto…perfino sulla percezione, perché mentre mi guardavi loro non hanno riflesso me in te ma hanno semplicemente brillato, un’aurora boreale in mezzo al nulla, catturandomi.
Occhi che non dovrebbero mai rimaner chiusi perché fratelli del fuoco.
Figli di Narciso, quegli occhi potrebbero esser riconosciuti anche in mezzo ad una festa, anzi anche in mezzo all’intera popolazione di NY durante l’ultimo dell’anno a Times Square, per quanto riescono ad esser “protagonisti”.
Occhi bellissimi in cui perdersi per poi ritrovarsi. Così profondi che sembrano scavare nella psiche e nel cuore di chi viene guardato da loro.
Con il loro luccichio riuscirebbero a zittire tutti, anche il mare in tempesta o un vulcano in eruzione.
Poetici come la rugiada che si posa sulle margherite all’alba, come una danza tra due cigni innamorati, come il camino rimasto acceso durante la notte di Natale mentre tutto intorno a lui dorme, come il sole che tramonta tuffandosi nell’oceano, come un pianoforte e un violino che suonano insieme.
Così intensi che fermano il tempo e lo spazio, creando una dimensione nuova in cui esistono solo loro, te e chi ha la fortuna di guardarli.
Vista la loro particolarità dovrebbero esser patrimonio dell’Unesco, insieme alla costiera Amalfitana, al Taj Mahal e alle piramidi di Giza.
Pieni di vita, pieni di fascino, pieni di dolcezza, pieni di coraggio…occhi simili son quelli che immagino per gli angeli. Anzi, sono loro stessi degli angeli; che tramite un’occhiata ti proteggono, come solo un custode saprebbe fare.
Essi potrebbero essere, da soli, la copertina di un libro o il poster di un film o anche sfondo di un’esistenza intera.
Pochissimi secondi in cui i miei occhi si sono specchiati nei tuoi fino ad immergermi vedendo ciò che sei, sei stato e soprattutto cosa hai dentro, ovvero quella luce fenomenale di cui ti ho sempre parlato; che è fuoriuscita prepotente risplendendo come le ali di un’araba fenice.

Grazie ai tuoi occhi ho finalmente scoperto a cosa alludevano tutti i poeti che ho studiato nel corso degli anni…grazie ai tuoi occhi ho visto un’anima, la tua.
E loro con un semplice sguardo hanno cambiato una vita, la mia, dandole un senso in più; perché è per occhi così che la vita vale la pena di esser vissuta.
Da oggi, quegli occhi, i tuoi occhi…sono diventati uno dei ricordi felici della mia vita.

P.S. Il post è volutamente caotico, in quanto non spiego di chi si parla o quando sia successa questa cosa. Per una volta volevo “stravolgere” il blog non specificando niente ma lasciando una parentesi aperta, come quella che ho nel mio cuore.
P.P.S. Marina è il posto in cui abito, ovvero Marina di Ravenna, in provincia dell’ex capitale dell’impero romano d’Occidente e dell’esercito Bizantino.

“IO NON HO PAURA!”

Io ho paura.
Ebbene è così.
Ed è ora che io urli al mondo intero questa cosa.
Son sempre stato, in passato, uno di quelli che non ha mai avuto paura di nulla; ed è proprio per questo che si chiama così questo post (anche se è pure il titolo di uno dei miei film preferiti) ma non tanto perché mi considero un superuomo, anzi, l’ho fatto solo perché ho da sempre capito che la vita ha i suoi pro e i suoi contro; perciò ogni tanto ripetevo quella frase.
Aver paura, per me, era solo un “fasciarsi la testa prima del tempo” …perciò era meglio affrontare tutto subito senza se e senza ma.

Solo una volta ho toccato così tanto il fondo, metaforicamente parlando (ma forse anche fisicamente e psicologicamente), da accorgermi di aver paura.

Quella di cui parlo però non è la solita paura, come la si può avere per l’altezza; per il futuro; per gli insetti; per un film troppo macabro; per un esame universitario; per un responso medico; per un possibile matrimonio o anche per il buio in sé.
E’ una paura diversa. Inspiegabile.
E’ un misto di 1000 cose diverse che si uniscono in una sola.
Ti attanaglia la mente fino a bloccarla.
E’ l’unico momento in cui, anni ed anni di muri alzati per difenderti (dalla famiglia, dall’amore, dalla società…) vengono distrutti, come fece la bomba atomica con Hiroshima qualche decennio fa.

E’ stato un attimo, veloce. Mi ha colpito dritto al cuore e mi ha invaso la mente.
Mi son sentito solo al mondo. Intorno a me avevo pareti oscure che cercavano di fagocitarmi senza nemmeno darmi il tempo di respirare. Mi sentivo come quando qualcuno ti mette la testa sott’acqua e cerca di ucciderti (anche se fortunatamente ancora non ho mai provato realmente questa sensazione e spero di non provarla mai). Le lacrime solcavano il mio viso senza che me ne accorgessi, le mani tremavano e sbattendo contro le sbarre di metallo del letto su cui ero steso producevano un tintinnio quasi spettrale. Anche se intorno a me c’era altra gente, nella mia stessa condizione (non di paura), non riuscivo a sentire altro che il mio respiro entrato ormai in iperventilazione e quel maledetto tintinnio. Sapevo di non riuscire nemmeno ad emettere un debole sussurro dalla bocca; ero senza fiato e senza voce. Non vedevo niente se non appunto un enorme buio continuo e perpetuo. Penso di aver avuto lo sguardo sbarrato, proprio come lo si vede nei film americani. Sentivo il mio cuore battere come se fosse una batteria in un concerto, sentivo benissimo il sangue che scorreva nelle mie vene. Il mio cervello nello stesso momento pensava a miliardi di cose, ma alla fine era totalmente vuoto; penso che sia stato l’unico momento in cui non abbia pensato davvero a nulla; un po’ come se fossi un computer spento. Il mio corpo era rigido, fermo, immobile. Nemmeno con l’aiuto di un’altra persona sarei riuscito a muovermi; ma in quel momento ero probabilmente così fragile che perfino una margherita sarebbe riuscita a spezzarmi del tutto e ridurmi in tantissimi pezzi.

Riuscii a risvegliarmi da quel momento solo pensando ad una cosa.
Una parola, per me carica di ricordi e significati, che poi è diventata un tatuaggio sulla mia pelle, qualche anno dopo.

Fino a qualche giorno fa non mi ero mai reso conto di aver provato questa paura.
La paura vera.
O quanto meno, da bravo ex-studente di psicologia, avevo attuato in me stesso uno dei tanti meccanismi di difesa, studiati da Freud e sua figlia.
Avevo totalmente oscurato dalla mia mente quella parte di vissuto. A metà tra la “rimozione” e “intellettualizzazione”.
L’avevo dimenticata? No, quello no. Avevo prima spiegato a me in modo scientifico cosa mi accadde e poi represso tutto ciò che era successo ad un semplice incubo che non dovevo ricordare per nessun motivo al mondo. Riuscivo benissimo ad inquadrare, ricordare e parlare di tutto quello che successe prima e dopo; cosa avevo visto, sentito, provato, detto; ma l’unica cosa che non dissi a nessuno, nemmeno a me stesso, era proprio questo momento.

Poi, proprio come detto prima, qualche giorno fa ho di nuovo avuto paura, un po’ più del solito.
Ma non la “vera paura” di cui ho parlato prima. E’ stato solo un accumulo di stress e varie paure che mi hanno colpito tutte nello stesso momento; una delle solite prove della vita, niente di preoccupante.
Avevo paura di star male di nuovo; paura di perdere una persona importante che bene o male mi ha cambiato la vita senza chiedere niente e che è arrivata come un fulmine a ciel sereno facendosi voler bene in modo assurdo; paura di fallire sia nello studio che nei progetti; paura di non poter concludere ciò che mentalmente ho già portato a termine; paura di non esser all’altezza (visto che son passato dall’essere lo zero assoluto ad avere persone che credono forse anche troppo in me); paura di veder crollare persone a cui tengo.
Ed è stato proprio questo accumulo che ha risvegliato e sbloccato in me quell’incubo che non dovevo ricordare, nemmeno sotto tortura.
E’ di nuovo tornato tutto alla mente. Tutto alla luce del sole. Ho rivisto in me stesso tutto ciò che accadde; un po’ come se fossi a teatro a vedere una recita.
Ho capito subito che da quel giorno, di qualche anno fa, ho iniziato a provar “paura”. Quella che non avevo voluto provare fino a quel crollo. In questi anni ho di nuovo avuto paura di cadere; di perdere qualcuno; di non riuscire in qualcosa; del futuro in generale; di un possibile bacio da dare; di un litigio con una persona importante.
Le paure che provano tutti da bambini, adolescenti, adulti ed anziani.

Ho capito che in passato, ho completamente sbagliato tutto.
Non aver paura, non è la soluzione a niente.
Anzi, ti porta forse proprio a crollare in modo così grave che poi provi la vera paura, quella che poi ti cambia sul serio la vita.
Ovviamente se potessi tornare indietro continuerei a sbagliare come ho fatto in passato.
Non sarei qui, se non avessi fatto tutti gli sbagli che ci son nel mio passato.
Però ho capito una cosa: provare paura non è qualcosa di brutto. Non è qualcosa che ti svilisce, non è qualcosa per cui esser disprezzati, non è qualcosa da tener segreto al mondo intero, compresi gli amici. Non cambia ciò che sei, non ti rende meno “uomo”, anzi forse la paura molte volte apre gli occhi su ciò che è davvero importante per te, che sia un progetto o una persona o anche una cosa qualsiasi.
Provare paura, ti fa sentire vivo perché capisci che da qualche parte ci sarà qualcosa che potrebbe sfuggire al tuo controllo o che non dipende unicamente da te. La paura ti sprona a combattere ancora più duramente.

Tutti provano paura.
Anche le persone che son rimaste nella storia e l’hanno cambiata, come Dante Alighieri o Rita Levi Montalcini o Martin Lutero o anche Paolo Borsellino, l’hanno provata sulla pelle.
E proprio una frase di quest’ultimo dice: “è normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti” …ed è proprio questa la chiave di tutto.

La chiave che, come solo uno “scherzo” del destino può fare, è stata anche la mia.


P.S. Scusatemi se son scomparso per un intero mese, ma diciamo che è stato abbastanza pesante come periodo (tra lezioni, esami, progetti universitari, famiglia ecc…); spero che non ricapiti mai più ♥
P.P.S. Lo so che questi pensieri sulla paura, agli occhi degli altri sono molto normali; ma io ci son arrivato solo ora (son stupido, ma lo sapevamo già tutti questo) di conseguenza mi sembrava giusto dar loro uno spazio in questo blog anche se son parole molto banali.

Fermo…

Devo esser sincero…nella mia vita son stato poche volte fermo.
E quando dico fermo, intendo proprio fisso, statico, quasi paralizzato.
Immobile, come una statua.
Anzi come di fronte ad una statua.
Son umano e perciò imperfetto, non posso darmi da solo anche la bellezza assoluta della Sirenetta di Eriksen, della Venere di Milo o della Kailashnath Mahadev.

Ad esser sincero è da un po’ di tempo che ho capito che forse, per capire di più il mondo, me stesso e la vita, devo iniziare a star totalmente fermo.

Per tutta la vita son sempre stato lì a correre…correre…correre e poi quelle poche volte che mi son fermato, per un secondo o per un’ora intera, ho avuto così tante cose da fare-pensare-rivedere che alla fine non ho recepito nemmeno la bellezza di tali pensieri, cose, persone ed eventi.

Devo stare fermo. Davvero.

Fermo a godermi la vita.
Fermo a pensare alle possibili conseguenze di un qualunque gesto.
Fermo a piangere, in completa solitudine, senza che il cuore batta a mille.
Fermo a guardare l’arte, in tutta la sua bellezza e le sue forme.
Fermo a godermi i risultati dei miei sforzi.
Fermo ad ammirare i sorrisi delle persone a cui tengo.
Fermo a riflettere sulle possibilità che possono cambiarmi la vita.
Fermo a trovare l’idea giusta che possa trasformare quella possibilità in certezza.
Fermo a ragionare su tutto quello che la vita mi ha dato.
Fermo ad amare gli occhi di chi incontra causalmente, per strada, i miei.
Fermo a sorridere mentre gioco con il mio pesce rosso, senza pensar a niente in particolare.
Fermo a leggere i pensieri degli altri.
Fermo a godermi gli attimi dolci e gentili: come un abbraccio in un parco, una canzone cantata spalla contro spalla insieme ad un amico, una risata fragorosa con i genitori su qualche ricordo imbarazzante.
Fermo a parlare, per davvero, con me stesso.
Fermo a capire che la mia vita non è così tanto insignificante agli occhi degli altri.
Fermo a trovare pezzi di me negli altri e pezzi degli altri in me.
Fermo a veder scorrere il tempo intorno a me, sentendo il ticchettio di un orologio.
Fermo a guardare il mondo cambiare.
Fermo ad odiare le cose brutte della vita; ma odiarle per davvero.
Fermo ad ascoltare le canzoni che parlano della mia vita.
Fermo a godermi l’odore del profumo perfetto di una persona, della primavera, dei posti a cui tengo.
Fermo ad ammirare l’alba, quel grandioso spettacolo che urla “Ehi, svegliati! Un nuovo giorno è arrivato, vai e ricomincia a vivere. Rendi i tuoi sogni reali sotto i raggi perfetti e caldi del sole. Raggi che danno vita alle visioni oniriche, un po’ come danno vita all’arcobaleno dopo il temporale”.
Fermo a non esser il protagonista del mondo, sempre e comunque.
Fermo a riflettere sulle grandi questioni della vita senza trovare una vera risposta.
Fermo ad amare me stesso e gli altri; ma soprattutto me stesso.
Fermo a rilassarmi senza che il mio corpo sia sempre in ansia.
Fermo a darmi uno schiaffone, fisico o psicologico che sia, quando serve.
Fermo a pensar che da qualche parte c’è qualcuno che soffre ed io non posso aiutarlo, come amo fare con chi mi circonda.
Fermo a ricordare l’infanzia e tutte le sue cose belle.
Fermo a farmi cambiare la vita.
Fermo a bearmi della perfezione delle stelle e della luna, che brillano nelle notti più scure.
Fermo ad immaginare la vecchiaia, se mai ci arriverò.
Fermo a creare frasi sconclusionate da scrivere sul blog.
Fermo a non dover, a tutti i costi, avere uno scopo tutti i giorni per sentirmi realizzato.
Fermo a dire a me stesso “Okay questa volta hai fallito, succede a tutti nella vita però ora alzati e torna a correre!”.
Fermo a capire che forse dovrei esser meno severo con me stesso.
Fermo a fare le piccole cose, senza rimpiangerle in futuro una volta che non potrò più (per forza di cosa) farle.
Fermo a segnare dei punti fermi nella mia vita.
Fermo a pensare che forse dovrei lamentarmi meno delle scemenze che mi accadono.
Fermo a leggere le lettere che contengono pensieri, emozioni e pezzi di vita altrui.
Fermo ad abbracciare gli amici, ma abbracciarli davvero.
Fermo a sentire il mio cuore battere.
Fermo a godermi il gusto di un gelato, di una pizza, di un cocktail, di un cupcake senza che qualcuno spezzi quel momento speciale.
Fermo a sentirmi meno solo al mondo.
Fermo a sognare di toccare metaforicamente le stelle, insieme al principe azzurro che prima o poi arriverà.
Fermo a ricordar le brutte cose del passato, senza però versar lacrima alcuna. Solo per rendermi conto che posso esser forte, anche nei periodi peggiori.
Fermo a credere in me stesso e nelle mie capacità.
Fermo a specchiarmi e guardare ciò che sono stato e ciò che sono ora.
Fermo a guardare vecchie fotografie e immergermi nei ricordi più belli.
Fermo a ricevere la brezza marina sulla pelle, provando la “pelle d’oca” più e più volte.
Fermo a credere di poter esser, prima o poi, l’eroe di qualcuno.
Fermo a pensare a tutte le persone che mi hanno cambiato la vita e pensare alle vite che invece ho cambiato io.
Fermo a toccare la sabbia e pensar di esser proprio come un granello nell’universo intero.
Fermo a credere ciecamente in un mondo parallelo, o negli alieni, o in dio oppure nel fato.
Fermo a sedere sotto ad un albero con una persona speciale, semplicemente a respirare l’uno l’ossigeno dell’altro.
Fermo a guardare il paesaggio che scorre durante un viaggio in treno-auto-aereo, senza pensare ai massimi sistemi del mondo.
Fermo a non dover fotografare il mondo intero.
Fermo a tremare per una scelta sbagliata, aspettando le dirette conseguenze senza dover trovare a tutti i costi, subito, una soluzione.
Fermo ad aspettare un bacio; quello giusto. Oppure anche solo una carezza.
Fermo ad aver paura. Paura dell’ignoto, di uno sconosciuto da incontrare, di un risultato universitario, di perdere una persona importante.
Fermo a non sentirmi in colpa per gli sbagli fatti in passato.
Fermo a godermi la solitudine all’interno di un cinema totalmente vuoto.
Fermo a sentir il peso della storia sulle spalle cercando di non far gli stessi errori dei nostri avi.
Fermo a pensare alle ingiustizie del mondo.
Fermo a non dover essere sempre perfetto in tutti i casi.
Fermo a guardare gli altri amarsi, mentre le mani loro si sfiorano, le gote si arrosano, gli occhi si chiudono e le labbra si incontrano.
Fermo a ricordare le piccole cose che rendevano speciali le persone che non ci sono più.
Fermo a capire in che direzione correre, senza buttarsi a capofitto nelle cose.
Fermo a non pensare a nulla se non al nulla stesso.
Fermo a scoprire la vita degli altri.
Fermo ad ammirare lo spettacolo della vita.
Fermo a riflettere sullo spettacolo della morte.
Fermo ad immaginare regali che mai nessuno mi farà e che forse dovrei farmi da solo.
Fermo a capire come far felici gli altri.
Fermo a ricordare la voce di qualcuno che non fa più parte della mia vita.
Fermo a godermi le feste in famiglia o con gli amici…o anche con perfetti sconosciuti.
Fermo a riprendere in mano la mia vita.
Fermo così da sentirmi vivo.

Sì, devo imparare a stare davvero molto più fermo.

L’incatalogabile tra i catalogabili.

Qualche tempo fa su Ask.Fm, quando ancora l’usavo e facevo l’alternativo metà vaporwave e metà electro-new-japanpunk (sì, sono parole a caso) …mi fecero una domanda.
Questa era: “Pensi che ci sia un paradiso? Se si, quale sarebbe il tuo?”

Quella domanda rimase senza un responso per molto tempo, poiché non avevo una vera e propria risposta.
Cioè in realtà l’avevo, ma non sapevo come articolarla. Avevo paura di risultare troppo irrispettoso, troppo pazzo o troppo sarcastico (seppur non lo fosse affatto).
Poi, non so bene per quale motivo, decisi di dare una breve ma esplicativa risposta alla domanda.

La mia risposta era:
“Io ho un mio dio, anzi per meglio dire una Dea in cui io, solo, credo e di cui conosco la forma e l’esistenza. Lei ha creato quelle forze superiori che governano il cosmo ed è sempre lei che le mantiene attive…o probabilmente no. Mi piace solo pensare che esista. Mi fa star più tranquillo o per meglio dire più in pace con me stesso, perché mi protegge. Di conseguenza sì, ho una mia religione che ho inventato io di sana pianta, se ve lo state chiedendo, e seppur ben distante dalle altre religioni (cristianesimo, islamismo, taoismo, ebraismo, shintoismo…); sì, penso che ci sia un paradiso.
Sinceramente il “mio” lo immagino come un secondo mondo, dove non si muore mai (molto simile ad un videogioco, se vogliam metter su un paragone). Dove puoi sperimentare tutto quello che vuoi senza problemi. Puoi essere tutto quello che vuoi, puoi tutte avere le aspirazione che vuoi, vivere dove vuoi, il lavoro che vuoi, gli amici che vuoi, le tue idee e dirle senza problemi quando e dove vuoi però senza ledere la libertà altrui. E ogni volta che da quel lavoro, da quei pensieri, da quelle esperienze, da quel “mondo” o per meglio dire “vita” hai avuto tutto il possibile (in senso di crescita personale) allora si muore e poi…si ricomincia da capo.
In un altro posto, con nuovi pensieri, un nuovo essere, nuovo carattere, nuove persone, un nuovo mondo da scoprire.
Tutto questo solo per poter scoprire tutte le cose belle della vita. Il paradiso non è qualcosa di bello? O almeno io l’ho sempre interpretato così: come il bello assoluto, la pace dei sensi, il nirvana, se vogliam metterlo su termini buddisti. Di conseguenza per me il paradiso deve esser così. E’ come se io fossi un libro, uno di quelli grandi, con un capitolo sempre nuovo e dove il suddetto protagonista (io) cresce in tutti i campi possibili al massimo delle sue capacità. Finito un capitolo, ecco che ne ricomincia uno nuovo e poi uno nuovo ancora ed poi ancora e ancora e ancora.
E’ un pensiero strano o folle, forse egocentrico, lo so benissimo, ma mi piace da morire poter pensare di ricominciare la vita ogni volta che voglio, come in un ciclo continuo, conoscendo un posto nuovo, persone nuove, storie nuove, sogni nuovi, lavori nuovi, società, etnie, culture e tecnologie sconosciute a me. Il tutto senza mai ripetere quello che ho già fatto, perché una cosa deve esser ben chiara: non voglio tornare indietro per correggere i miei errori. NO.
Voglio solo vivere tutte le esperienze possibili per capire il grande meccanismo della vita e dell’universo. Tutto qui.”

Dopo aver risposto premetti invio e dal nulla arrivarono tantissime persone che trovarono stupido, ingiusto, infantile, irrispettoso o strambo quel mio pensiero.
Ognuna di loro doveva per forza farmi cambiare idea o cercar di demolire il mio pensiero con frasi e dogmi fatti.
Sapete cosa ho fatto?
Me ne sono completamente sbattuto (questo slang giovanile non si confà al blog di un vecchio 21enne, vero?).
Dovevo cambiare una mia idea (per quanto possa esser pazza) solo perché non andava bene ad un po’ di persone? Da quando in qua tutti dobbiam avere lo stesso pensiero? Perché dobbiamo per forza seguir il gregge, che poi secondo me nemmeno esiste? Perché la gente si sente in dovere di far cambiare l’opinione altrui, solo perché quest’ultima è diversa da quella convenzionale?

Io per tutta la vita sono sempre stato, anzi mi son sempre sentito, “l’incatalogabile tra i catalogabili”.
E, strano ma vero, me ne sono accorto solo poco tempo fa, rileggendo questa domanda per caso.

Agli occhi di tutti era molto semplice catalogarmi, o quanto meno penso che così sia stato visto il loro modo di fare e dire…ma alla fine hanno fatto tutto tranne che quello.
Questo perché? Perché son sempre stato un bambino ed un ragazzo strano. E quando dico strano, intendo strano forte. A limite di poter essere l’aiutante sfigato ed assurdo del protagonista figo di qualche bellissimo film fantasy.
Con le mie idee, pensieri, paure e modi di fare totalmente strambi; ma a me andava benissimo così.
Agli altri, come quelle persone su Ask.Fm, no.

Sia alle elementari, che alle medie e poi alle superiori son sempre stato un caso a parte.
C’è questo, quello e poi Felice.
C’erano sempre dei gruppi e poi io. Quello strano.
Per fare degli esempi? Alle elementari vivevo benissimo la mia omosessualità, che per mia fortuna già conoscevo, loro però non concepivano perché lo dicessi con tanta calma e serenità. Oppure nell’età dell’ormone impazzito me ne strafregavo dell’amore e del sesso, per quelli della mia età era una cosa da stupidi. O quando dissi a tutti di aver creato una mia religione, cosa che loro non capivano per nulla. O tantissimi altri esempi che non sto qui a narrare sennò facciamo notte ed io sto studiando per l’esame di Giornalismo, perciò non posso perdere troppo tempo.
In tutti quei casi, io volente o nolente dovevo esser sempre allontanato o guardato male…semplicemente perché avevo idee, pensieri, sogni e modi di fare diversi da quelli degli altri.

E, solo oggi riflettendo bene e scrivendo questo, ho capito che tale cosa succede a tantissime persone sulla faccia della terra.
Si viene “banditi dal mondo”, in un certo senso, solo perché si è strani o si viene ritenuti tali.
E questa semplice condizione viene ancor ‘oggi ritenuta una cosa “brutta”, “malvagia”, “stupida”.

Bisogna esser per forza piccoli fogli, tutti uguali, in quel grande archivio che è la società.
Beh sapete che vi dico? NO.

La società è fantastica proprio perché nessuno è uguale ad un altro; ci possono esser persone che pensano le stesse cose o aver interessi comuni, ma non ci sarà mai nessuno uguale ad un altro.
Tutti noi siamo, agli occhi degli altri, “strani”.
E’ inutile che nella vostra testolina pensate di esser catalogati, carini, giusti al momento giusto, canonici, perfetti, ragionevoli e normali; mi dispiace dirvelo…NON lo siete. Siete strani, forse non per il vostro vicino di casa, per la vostra famiglia, per i vostri amici o per il vostro cane…ma per tante altre persone lo siete.
Di conseguenza smettetela di ficcarvi in stupidi personaggi che non siete voi e che vi vengono imposti dalla scuola, dallo stato, dalla religione di altri o dai ben pensanti. Tanto la vostra personalità, presto o tardi uscirà sempre allo scoperto.

Essere strani non è bello, ma è qualcosa che fa parte dell’animo umano in quanto dotato di intelletto.
Essere strani significa aver le palle di poter fare, essere e dire ciò che vuoi (nei limiti della legge ovviamente).
Formare un tuo pensiero critico e coerente con ciò che sei.
E questo, molto probabilmente e paradossalmente, è stato ciò che ha fatto la mia fortuna, coraggio e potenza. Perché ho capito questo molto prima degli altri.
E questa stessa cosa diventa anche la potenza, il coraggio e la fortuna di tantissime persone, che come me se ne accorgono prima o meglio ancora nascono con il programma “non-mi-fotte-niente-di-ciò-che-pensa-il-prossimo” attivato.
Esser strani e esser riconosciuti come tali è quel quid in più che fa sì che la tua personalità possa uscire al 100%. Ci porta ad essere migliori perché esprimiamo a pieno tutto quello che pensiamo e siamo. Ci porta ad essere più “belli”. Ci porta ad essere persone più vere, ma non con gli altri, con noi stessi, che è la cosa più importante.
Vogliamo pensare ad un modo diverso di intendere il paradiso? Vogliamo pensare all’amore in chiave diversa? Vogliamo avere un nostro concetto di vita? Vogliamo aver semplicemente delle “opinioni impopolari”? Vogliamo pensar a qualcosa in modo diverso da quello canonico?
Beh facciamolo.
E’ la stranezza di ognuno di noi, anche nelle piccole cose, che fa innamorare gli altri di noi.

Inizialmente, devo esser sincero, mi sentivo come un animale braccato per via di quella condizione “della catalogazione” che mi stava stretta e faceva male; ma allo stesso tempo mi sentivo, in un certo senso, più libero perché per gli altri doveva esserci una categoria per potermi schedare.
Di conseguenza ho iniziato a vedere le cose sotto un altro punto di vista ed ho capito di non esser mai stato in una categoria vera e propria, perché quella categoria non aveva un nome…se non il mio e non aveva altri componenti al di fuori di me.

Prima mi sentivo solo in mezzo a tutti.
Poi non essere, ma allo stesso tempo, essere.

Ed infine non essere ciò che volevano gli altri…ma rimanere, sempre, “Felice”.


P.S. Lo so, questo post sembra il monologo interiore di un personaggio qualsiasi di Glee, ma molto probabilmente la mia vita è così tanto da “telefilm di serie B”, che potrei benissimo ritagliarmi uno spazio in quello show. E perciò questo scritto ha senso di esistere.
Inoltre se qualche direttore o sceneggiatore TV ha bisogno di un bellissimo caso umano da mettere in uno telefilm, soprattutto Hereos Reborn, me lo faccia sapere commentando questo post ♥

“La solitudine ci dà il piacere d’una grande compagnia: la nostra.”

Pensate ad una cosa.
Essere da soli.
Completamente da soli in una sala, enorme, di un cinema. Per un paio d’ore.
A quanti piacerebbe una cosa simile?
Penso che ai tre quarti degli abitanti della terra, una cosa così, potrebbe solo che far ribrezzo-stranezza…o una sensazione simile.

E poi ci sono io che invece amo questo tipo di situazioni “assurde”.
Io amo spingermi al limite delle cose.
Non sono mai stato il tipo da fermarsi a metà; se devo correre e ne son sicuro al 100%…lo faccio bene e fino alla fine a costo di schiantarmi contro qualcosa e farmi male.
Ed è questo il bello, poi mi faccio male per davvero; però è anche questo vivere, no? Ti fai male e capisci che sei vivo. Sembra il “contro” della vita, ed in un certo senso lo è, ma non fino in fondo; perché è anche un “pro”. Sei vivo, lo capisci, soffri ed impari e cresci e torni più forte di prima.

Tornando al discorso di prima, qualche giorno fa sono stato per due ore in una sala di un cinema. Da solo.
Da solo da solo, dico davvero. 400 posti e l’unico occupato era il mio.
(Il film forse faceva schifo? Boh probabilmente, ma non siamo qui ad espletare questa faccenda)

Da quando son entrato a quando son uscito mi son sentito bene.
Avete presente quando state proprio bene e sorridete senza motivo e senza accorgervene? Ecco proprio così.
Qualcuno, anzi molte persone, si sarebbero sicuramente sentite sole in una situazione come quella no? Io invece no. Non sentivo il bisogno di altre persone, non volevo la stanza piena.

Mi sentivo solo, ma non nella connotazione negativa che il mondo ci dà della solitudine.
Mi sentivo appagato da quella situazione, mi sentivo contento, mi sentivo in pace.
Avevo avuto il tempo per me. Un piccolo spazio personale da non condividere con nessuno. Un paio d’ore in cui godermi il film e riflettere su ciò che volevo senza farmi troppi problemi. Un momento in cui esternare tutto ciò che sentivo. Un’istante, più o meno lungo, scollegato dalla società e dal mondo che mi circondava.

Degas diceva: “Sto bene da solo ma non sono un solitario. Cerco gli altri per scelta, non per timore della solitudine. E scelgo con chi stare. Perché siamo fatti per stare con pochi.”

In un certo senso mi ritrovo perfettamente in alcuni passi della sua frase.
Ci sono momenti in cui sto benissimo da solo, ma non per questo sono un solitario.
Mi piace andare al cinema da solo, mi piace scrivere in un parco sotto qualche albero in beata solitudine, mi piace chiudermi da solo in giardino a disegnare separato da tutti, mi piace pedalare sul molo della mia città solo accompagnato dalla musica.
Ho i miei momenti in cui non ci deve esser nessuno intorno a me perché ho semplicemente bisogno di me stesso ed ovviamente l’unico che può capirmi son io.

Non capisco bene perché il mondo ha questa connotazione negativa della solitudine.
Probabilmente sarà perché la gente confonde lo “star bene da soli” con l’essere un’eremita; ma tutto ciò è completamente sbagliato.
Non sono un’eremita (anzi amo star in compagnia delle persone a cui voglio bene) così come non lo sono nemmeno tutte quelle persone che si rispecchiano in ciò che ho scritto; siamo solo persone che, non si sa bene per quale motivo, hanno bisogno di almeno una volta al giorno del loro momento personale, da non condividere con nessun altro.
E penso, che alla fine dei conti, tutte le persone sulla faccia della terra hanno il bisogno intrinseco di avere questo magico momento una volta ogni tanto; solo che moltissimi fanno di tutto per evitarlo perché hanno quella maledetta paura della solitudine.
Paura di una cosa che nemmeno conoscono al 100%, probabilmente.
Solitudine che tutti odiano. Solitudine che viene disprezzata. Solitudine che viene confusa con la tristezza, solo per colpa di chi la prova e non del sentimento stesso.

La solitudine, come tutte le altre emozioni, ha i suoi pro e i suoi contro; ma non bisogna soffermarci unicamente sulla visione “brutta”.
La solitudine ha tantissime sfaccettature ed esser soli, una volta ogni tanto non è così malvagio come il mondo vuole farcelo apparire.
Anzi molte volte può essere non solo un bene, un’esigenza…ma anche un diritto ed un dovere verso noi stessi.
Esser soli, con la sola compagnia di noi stessi, è anche un modo per riflettere; per sognare; per capirsi meglio; per far le cose che amiamo; per mandare avanti i nostri progetti; per esser in pace con se stessi o per trovare la pace; per dedicarsi un momento felice; per aiutarsi; per trasformare l’inferno in cielo (come diceva John Milton) o più semplicemente per rilassarsi.

State pensando che tutto questo scritto sia stato creato solo per dare una spiegazione ai miei momenti di esclusione dal mondo? Molto probabile.
Ma se tu che sei arrivato alla fine di questo post ti ritrovi nella mia stessa categoria…beh fai come me: cerca di togliere anche tu questo enorme macigno oscuro dalle spalle della solitudine ed inizia a spiegare al mondo che probabilmente son gli altri a sbagliarsi e a non capire la che la solitudine è necessaria all’uomo tanto quanto l’amicizia, l’amore e i rapporti sociali. E se non sapete come rispondere a qualcuno che non capisce ditegli soltanto una cosa, questa:
“alla fin fine la solitudine ci dà il piacere d’una grande compagnia: la nostra.”

“Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare.”

Ho una brutta abitudine.
Quella di fotografare tutto. E quando dico tutto intendo proprio tutto.
Da quando i miei genitori mi hanno regalato uno smartphone, con una potente fotocamera integrata, ho preso questa mania.
Durante tutta la mia vita non ho mai amato particolarmente la fotografia.
O per meglio dire non l’ho mai amata perché mi trovavo, in un modo o nell’altro, sempre davanti all’obbiettivo e mai dietro. Mi sentivo molto a disagio…cosa che però ora succede meno.

Poi pian piano ho scoperto anche questo nuovo lato della fotografia.
Io dietro a far da sceneggiatore alle cose.
Vedere tutto con un occhio diverso.
Non essere il protagonista di tutto, ma esserne per una volta lo spettatore e allo stesso tempo colui che può però cogliere l’attimo, il regista.

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Ai fin dei conti non è un’operazione così complessa.
Premi un bottoncino o clicchi sullo schermo e via.
Però per quanto possa essere semplice, non lo è affatto.
Fotografare è probabilmente una delle cose più difficili del mondo.
Devi capire subito che l’attimo è quello giusto. Devi esser veloce ma allo stesso tempo delicato come un fantasma, perché in quell’attimo che stai fotografando non ci devi esser tu e non si deve sentire la tua presenza; ma ci deve essere il tuo marchio. Devi raccontare qualcosa, una storia, senza però farlo davvero. Devi essere creativo, ma allo stesso tempo farti ispirare dalla natura. Devi essere intelligente da capire cosa va e cosa non va fotografato e devi inoltre capire e captare le piccole cose che possono rendere la fotografia qualcosa di spettacolare.

Però a differenza dei veri fotografi, che ammiro e stimo e amo, io non lo faccio per creare un’opera d’arte né tantomeno per fare mostre o libri e nemmeno per averne un ricavo economico.

Il mio approccio alla fotografia è totalmente diverso. Non è nemmeno per passione, se così può sembrare. E non posso minimamente dire che le mie foto siano belle o artistiche, tanto non è quello il mio scopo.

Ho una bellissima abitudine.
Quella di fotografare tutto. E quando dico tutto intendo proprio tutto.
Non è tanto un hobby o un futuro lavoro, ma è un’esigenza.
Hai presente quando senti di dover per forza fare qualcosa a tutti i costi perché sia il cuore che la mente dicono quello? Ecco, succede lo stesso, con me, con la fotografia.
Non capisco bene quando è nata questa esigenza, in passato non l’avevo.
Però conosco perfettamente il perché: per ricordare.

Io son un tipo che non ha paura di tante cose, per esempio non ho minimamente paura di morire.
Però una delle cose che mi spaventa di più nella vita e che secondo il mio parere è 100 volte più brutta della morte…è l’Alzheimer o comunque perdere la memoria in generale, che sia per una malattia o per un incidente o per un complesso meccanismo del cervello che verrà attivato dall’ansia e da qualcosa di catastrofico.
La cosa che mi spaventa di più è perdere la memoria, sì.

Ho scoperto con il passare degli anni che, il mio piccolo cervello, ha un “potere”…quello di ricordare qualcosa, anche di molto molto lontano, attraverso la fotografia.
Guardo una fotografia e mi vengono in mente le sensazioni che provai in quel momento, il momento stesso, perché fotografai o venni fotografato, dove ero e con chi ero e perché ero lì.
Non capisco come il mio cervello possa fare una cosa così tanto complessa, visto che poi non riesce nemmeno a risolvere una disequazione semplice, però ci riesce e da quel momento ho capito che fotografare è un’esigenza.
Ma non un’esigenza cattiva, nel senso di doverlo fare per quella grandissima paura che ho; ma per un’esigenza buona: ricordare.
Ricordare le cose che mi hanno fatto pensare, creare, sorridere, esser felice, che mi hanno cambiato la giornata o la vita o che hanno cambiato quella degli altri (come faccio con i miei amici), piangere, sorprendere, battere il cuore, aiutato o semplicemente che mi piacciono.
Penso che ricordare (forse qui c’è lo zampino della mia grandissima passione per la storia) sia una delle cose più belle del mondo.

Dovrebbero fotografare, di più, un po’ tutti.
Fotografare sul serio.
Non fare foto ad un piatto di pasta o al cappotto nuovo che si è comprato, non due foto al un cane o all’auto; ma fotografare con il cuore.
Fotografare quelle piccole e grandi cose che cambiano le giornate…e poi semplicemente salvarle per poter ricordare, tra uno oppure dieci o anche quarant’anni, le emozioni che avevamo in quel momento e riviverle con la stessa intensità.
Per sentirci bene, per sentirci ancora bene e soprattutto vivi.
E mettiamo caso che la vita ha in serbo per me (SPERIAMO DI NO, anche perché sennò poi mi incazzo!) di farmi perdere la memoria, allora tutto ciò che ho fotografato, forse in qualche modo, mi farà rivivere la mia vita.
O più semplicemente guardando le foto mi farà dire, sorridendo: “Beh tutto sommato quel tipo lì ha avuto una bella vita se si è fermato a fotografare tutte quelle cose”.

Forse è il momento di tirare le somme?

Son seduto sul divano. Ormai avrà preso la mia forma…
E’ notte. Saranno le 3 passate; mi scoccia alzarmi per vedere che ore sono, sono pigro (per chi non l’avesse capito).
Una coperta addosso, messa alla bene e meglio e sotto indosso il pigiama, quello che ho sempre.
Ho l’abitudine di metterlo subito appena entro a casa, per star più comodo e godermi la mia pigrizia.
Son stanco, ma non troppo visto che qualche quarto d’ora fa mi son strafogato di M&M’s (poi mi lamento che ingrasso…).
Mi ritrovo qui. Ad ascoltare musica, come mio solito.
Sempre i miei cantanti sconosciuti, che ascolto io e altri 500 sulla faccia della Terra.

Tra poco entreremo nel 2015.
Forse è il momento di tirare le somme?

In realtà non l’ho mai fatto, se non due anni fa, ma quello è stato un caso a parte.

Però, perché non farlo anche quest’anno? Male di certo non fa…e poi mi piacerebbe avere un piccolo riassunto di roba casuale di un anno della mia vita; così quando avrò 40 anni lo rileggerò e potrò lamentarmi come mio solito.
Perché anche se sarà cambiato qualcosa: in meglio, in peggio o chissà in che modo; io un motivo per lamentarmi con me stesso lo trovo sempre. Che sia una mia specialità?

Beh che dire?
Ho iniziato l’anno passando il conto alla rovescia studiando a casa da solo, con sottofondo “Summertime Sadness” di Lana Del Rey (miglior fine anno del mondo!). Ho dato esami su esami, portando a casa ottimi risultati e sentendomi per la prima volta soddisfatto, in questo campo, di me stesso. Ho pianto come un bimbo perché un giorno mi persi per Rimini mentre andavo a sostenere l’esame di Inglese. Ho partecipato per la prima volta ad una festa a sorpresa. Ho fatto il mio primo tatuaggio. Ho conosciuto diverse persone: un ragazzo che ha cambiato la mia estate, un ragazzo che ha cambiato queste vacanze di Natale e altri. Ho conosciuto la ragazza di mio fratello (anzi le diverse che ha avuto in quest’anno) e mi son sentito uno sfigato visto che lui ha 15 anni ed è già più avanti di me. Ho visto la mia miglior amica crescere in tutti i sensi e l’ho vista spegnere 18 candeline sulla torta. Ho aperto questo blog, che sto portando ancora avanti (INCREDIBILE). Ho trovato la voglia di ritornare a scrivere uno dei miei romanzi incompiuti. Ho chiuso capitoli di vita ed aperti altri. Son dimagrito ancor di più, il che è un miracolo. Ho trovato degli amici straordinari all’università (sì, sto parlando di voi. Lo so che state leggendo questo post perciò sì, questo è dedicato a voi) che mi hanno sopportato, supportato, amato (e lo fanno ancora), abbracciato, coccolato e mi hanno fatto sentire accettato, compiendo questo nostro percorso insieme. Ho rivisto i miei amici che abitano in diverse parti d’Italia (vedi la mia amica milanese o quella pugliese…). Ho comprato il mio primo pesce rosso, un esemplare unico, è il pesce più asociale (con gli altri pesci) che esista; ed in questo mi rispecchia e lo amo…e poi mi son successe altre 3000 cose.

Ho amato, ho pianto, ho sorriso, ho riso, ho sudato, ho faticato, ho avuto paura, mi son rialzato…

Perché però, vi chiederete voi, ho fatto questo resoconto. Beh, tolto il fatto che son un grandissimo egocentrico narcisista e perciò avevo bisogno di far sapere al mondo le mie cose, volevo far capire alle persone che bisogna farlo, una volta ogni tanto, un riassunto-resoconto-inventario o chiamatelo come volete, della vostra vita.
Fermarsi un attimo e voltarsi. Vedere tutta la strada che si è fatto.
Vedere i muri abbattuti, le persone perse e quelle conosciute, le lacrime versate, i sorrisi fatti, gli ostacoli superati e tutto il resto. Vedere con quale forza si è andati avanti. E poi continuare su quella strada. Oppure cambiarla, se non è quella giusta.

Di solito, almeno nella mia famiglia, il cenone dell’ultimo dell’anno è sempre stato qualcosa di triste. Niente scenate o chissà cosa, però c’era sempre quel qualcosa nell’aria che opprimeva la stanza. Quell’aura grigia su tutti loro. Ogni volta che si avvicinava la mezzanotte c’era chi andava via in un’altra stanza, chi in giardino, chi in bagno e chi altrove. Chi piangeva, chi era semplicemente triste, chi era arrabbiato con se stesso, chi con altri.
E poi c’ero io, che cercavo di scappare in tutti i modi da quell’oppressione, di non farmi catturare da quella tristezza, che io non capivo.
Tutti a piangersi addosso, tutti a far un riassunto solo delle cose brutte, tutti a ricordare solo le sofferenze o provare invidia per gli altri.
Nessuno, oltre me, che cercasse di tirare su un sorriso sicuro e sincero per almeno un quarto d’ora. Nessuno. E la cosa mi faceva schifo. E mi fa tutt’ora schifo.

Non capisco e capivo per quale motivo bisogna rovinarsi l’ultimo dell’anno pensando sempre al peggio. Prepararsi ad un anno peggiore del precedente. Piangere sul latte versato.
Non lo capisco.

Se qualcosa è andato male, beh è la vita, basta rimettersi subito in carreggiata (dopo uno o anche tanti pianti liberatori). Se c’è qualcosa che vi tormenta, forse è il momento buono di risolverlo. Se qualcosa vi fa soffrire, è il momento di eliminar tale cosa. Se non vi piace il vostro lavoro, la vostra vita, il vostro modo di vivere, il vostro liceo, la vostra facoltà, il/la vostro/a fidanzato/a, la vostra città…beh alzate il culo è cercate di cambiare.
Non lamentatevi continuamente, perché al mondo c’è sempre qualcosa messo peggio di voi. Sempre.
E se lo dico io che son uno che si lamenta, è grave.
Se non vi va bene qualcosa: CAMBIATELA.
Abbiate il coraggio di rischiare, di cambiare, di scommettere su voi stessi o sugli altri, di vivere la vostra vita come VOLETE VOI.
Abbiate il coraggio di essere felici. Di poter dire, poi il prossimo fine anno (o quello dopo ancora; perché ovviamente il cambiamento deve essere progressivo) “ho trovato il modo di essere davvero felice!”.

Ed in quel momento, l’ultimo giorno dell’anno, non sarà così triste; non sarà così oscuro; non sarà così distruttivo. Sarà solo un giorno, in più, per potersi guardare indietro e aggiustare le piccole cose che non vanno, in caso ci siano, e poi dire a gran voce “sono felice”.
Poter guardare tutto l’anno appena trascorso come se fosse un bel capitolo di vita, con i suoi alti e i suoi bassi. Poter ridere, sorridere e piangere di esso; ma tutto nello stesso momento.
E far di tutto (E NON SPERARE) che quello seguente sia uguale o addirittura migliore.
Perché basta poco…basta viversi la propria vita, come merita di esser vissuta.

“I believe in possibility. I believe someone’s watching over me and finally I have found a way to be happy”.

P.S. Tanti auguri di buon anno a tutti voi che mi seguite. Siete tantissimi e non capisco nemmeno io il perché, sappiate solo che vi auguro il meglio dalla vita (così come dal 2015) e che vi voglio davvero bene. Spero di potervi vedere, tutti insieme o anche uno ad uno, un giorno. Lo spero. In ogni caso: GRAZIE.
P.P.S. Carico solo ora il post perché prima non avevo il Wi-Fi per poterlo fare. #iopovero

Altre domande senza risposta.

Per quale motivo siamo sempre alla ricerca di un partner?
Ovunque io mi giri c’è sempre gente pronta ad esser preda o cacciatore.
Tutti in allerta.
Tutti in guerra.

E questa cosa non la capisco per niente.

Siamo nel 2014 e per nostra (s)fortuna siamo ben 7 miliardi sulla terra, perciò la teoria del “eh ma sai il nostro istinto di sopravvivenza ci porta a trovar qualcuno con cui condividere la vita per poter mandare avanti la specie” non regge più.

Di conseguenza perché abbiam questo maledetto bisogno, fin dall’adolescenza, di trovare qualcuno, sempre e comunque?

Sentimento, giusto, che si ha in adolescenza quando si cerca (quasi disperatamente) qualcuno: per provare, per fare delle nuove esperienze, per incoscienza/ingenuità e per dar retta agli ormoni; ma per quale motivo anche dopo l’adolescenza dobbiamo per forza sottostare a questa “regola”?

Non concepisco questo modo di pensare che ci porta, a tutti i costi, a condividere parti di noi con il mondo (fisiche o mentali-psicologiche che siano).
Forse sarà la paura della solitudine, forse la legge “del più forte” (fidanzato > single), forse gli ormoni, forse altro…ma davvero non comprendo.

Che io sia strano, è risaputo fino ai confini dell’India, e che io trovi la solitudine un qualcosa che può far crescere le persone in meglio e che abbia all’interno di sé qualcosa di magico, lo sanno in tanti; però non capisco perché chi non è fidanzato o comunque chi è single per scelta (per via del lavoro, per via di problemi personali, per via dell’università, per via di altri progetti…) debba esser visto in malo modo o come uno “sfigato” dalla società.

Questa mentalità è permeata così tanto nell’animo di tutti che ormai, anche se si è liberi di poter fare ciò che si vuole, si verrà sempre giudicati male se single o senza un cosiddetto amico di avventure, per dirlo in modo velato (e parlo di tutti i range di età: dai 16 passando per i 24 fino ad arrivare ai 40 e ai 60).
Ma è davvero così brutto esserlo?
E’ davvero un problema così grande?
Secondo il mio modestissimo parere, nemmeno un po’.

Però il problema è che ogni qualvolta dico: “No, sono single perché in questo momento non sento il bisogno mentale e fisico di qualcuno accanto a me. Sto dedicando anima e corpo ai miei progetti che son l’evoluzione delle mie passioni, studi e interessi; di conseguenza sto bene così. Ovviamente se arriverà qualcuno, ben venga, ma non mi metto a sprecare energie, sarà il destino a far arrivare la persona più o meno giusta nel momento più consono; non mi sento di dover esser né cacciatore né preda.” mi sento rispondere sempre che “non capisco il mondo”; che “son semplicemente frigido”; che “son sfigato” e molte altre cose.

Non capisco perché investire del tempo per se stessi, per le proprie passioni e per i propri sogni sia così degradante agli occhi di tutti; ma allo stesso tempo sia così bello esser fidanzati a tutti i costi con gente improponibile o esser immischiati in relazioni (di tipo sessuale o amoroso) che non porteranno mai da nessuna parte.
Inoltre mi dà fastidio che si senta il bisogno di cercare, a tutti i costi, qualcuno e non, semplicemente, aspettarlo.
Che arrivi così come un fulmine a ciel sereno.
Un po’ come capita nei film americani.

Il problema è che diamo sempre più importanza agli altri, più che a noi stessi.
Ma nello stesso momento siamo egoisti.
Sfruttiamo noi e gli altri. Degradiamo il nostro corpo e la nostra mente, così come quelle degli altri, con situazioni-emozioni e relazioni “usa e getta” e sappiamo benissimo riconoscere una relazione così da una che può poi trasformarsi in qualcosa di stabile; ma ovviamente il mondo è troppo veloce per poter aspettare l’evoluzione di quest’ultima.
Meglio il tutto e subito.
Meglio ora che poi.
Sempre a voler capire il mondo e mai noi. Sempre a voler condividere ma mai a dare, a sé stessi.

Perché non si può semplicemente aspettare che la persona giusta arrivi con calma?
Perché non si aspetta l’evoluzione di una relazione e godersi tutti quei piccoli momenti come l’amplificarsi di un’emozione, capire quello che prova l’altro e ridere di ciò, provare le stesse sensazioni per una cosa semplice, sorridere e specchiarsi negli occhi dell’altro?
Perché la maggior parte di noi confondono sesso e amore?
Perché la società ha così tanto paura della solitudine?
Perché bisogna esser, per forza, cacciatori/prede così da star al passo con i tempi?
Perché c’è da giudicare, chi per una volta, spende e investe tempo per sé stesso e non per gli altri (parlando sempre di sesso-amore)?
Perché io continuo a farmi domande grandi quanto l’universo, sapendo che non troverò mai una risposta certa a tutto ciò?
Non lo so.

Continuo a non sapere le cose.
Come quando iniziai a scrivere questo blog ad Agosto.

Le piccole cose non cambiano mai a quanto vedo…

P.S. Vorrei specificare che non ci trovo niente di male nelle relazioni tra “amici con benefici”, fidanzamenti e divertimenti vari ed eventuali; anzi vorrei che fossero sdoganati…solo insieme all’altra faccia della medaglia.